Recensioni

7.3

Il dolore equivale al divertimento, ci dicono i Melvins dell’album numero infinito iniziandolo proprio con la suite Pain Equals Funny, 20 minuti di fisime e circonvoluzioni con l’hard rock/metal più (quasi) melodico e cafone, da sempre fissa dichiarata di King Buzzo che occupa più di metà album e che ne è evidentemente l’asse portante se non addirittura, se ce ne fosse ancora bisogno, una specie di manifesto.

Sorta di suite a movimenti, al netto del suono che la sorregge, è una dichiarazione d’intenti di una band che non si è mai presa troppo sul serio prendendosi terribilmente sul serio, rielaborando cliché e dinamiche di ciò che era metal (classico e avant), grunge, noise, sludge, hard-rock e quant’altro, tirandone fuori un suono che alla fine si è fatto decisamente distintivo – i Melvins, c’è poco da dire o fare, suonano come i Melvins – e ribadendo che la chiave di lettura più evidente per l’intero (e multiforme) universo melvinsiano è fare un po’ il cazzo che si vuole. Che sia un album-sberleffo di puro noise inconcludente da sbattere in faccia alla major di turno (Prick) o un disco di sole cover dei Throbbing Gristle (Throbbing Jazz Gristle Funk Hits) poco importa, è il tutto che conta e che rimarrà.

In questo disco, seguendo un’altra tradizione che prevede da sempre le due colonne portanti King Buzzo e Dale Crover accompagnate da praticamente chiunque, troviamo il terzo membro più duraturo di sempre, ovvero l’ex Redd Kross Steven McDonald al basso, anche due personaggi niente male come Roy Mayorga (Nausea, Ministry, Soulfly) alla seconda batteria e Gary Chester, ora con We Are The Asteroid ma nel culto noise-rock texano Ed Hall alla chitarra ad aggiungere un po’ di quella sana follia sudista che tante gioie ha regalato alle nostre orecchie.

Detto della pachidermica Pain Equals Funny, bignami metal a 360° intinto nella follia del trio, restano due pezzi Melvins-classic, ovvero Working The Ditch e Smiler, rispettivamente uno sludgeone costruito su riff dallo spessore del calcestruzzo e che rimanda alla fase pre-Stoner Witch ma con un vago sentore psichedelico da dopo-bomba e un hard-rock cafone e ipersteroideo tutto stomp e assoli di chitarra impazzita; Allergic To Food che è puro noise-garage punk slabbrato e inarrestabile; infine, She’s Got Weird Arms che è un po’ la “novità” di questo Tarantula Heart, col suo essere una specie di deviant-pop alien(at)o e schizoide che fa venire in mente i Devo alle prese con l’hard-rock melodico.

Insomma, cosa aggiungere che non sia stato già detto sui Melvins e soprattutto dai Melvins stessi, con la loro coerenza e incoscienza, con il loro sarcasmo e la loro pesantezza? Nulla, se non che questo Tarantula Heart è davvero uno dei migliori dischi della loro ormai ingestibile carriera.

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