Recensioni

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La seconda edizione de L’Isola dei famosi, uno dei programmi più beceri e diseducativi della storia televisiva italiana, si concluse nel lontano 2004 con la vittoria di Sergio Muniz. Fu un trionfo molto particolare: il naufrago – così si chiamano i concorrenti del reality show – teoricamente sarebbe dovuto uscire addirittura alla seconda puntata, salvo però accettare (da regolamento) un compromesso: la cosiddetta “ultima spiaggia”. In estrema sintesi, gli autori offrirono allo spagnolo la possibilità di proseguire la gara in solitaria, vivendo in un’isola a parte. Alla fine, dopo più di 45 giorni, vinse.

Proiettando le dinamiche catodiche all’industria musicale (non ci sono poi così tante differenze), potremmo considerare Ghali il Sergio Muniz del rap italiano e il Festival di Sanremo 2024, dove parteciperà il prossimo febbraio, la sua personale ultima spiaggia. Una sola canzone piazzata al posto giusto nel momento più sfocato della sua carriera potrebbe invertire una caduta libera non tanto in termini di popolarità (anche se anche li ci sarebbe da dire) ma innanzitutto in termini creativi. Perché è quest’aria che si respira in Pizza Kebab. Vol.1, quarto disco in studio del rapper milanese.

Che ci sia aria di revival lo ha confermato Sfera Ebbasta, tornato alle (presunte) origini con X2VR, adattando cioé una formula vincente e consolidata all’iconografia degli esordi. Una tendenza sposata anche da Ghali che, in seguito allo scarso riscontro di Sensazione ultra, fa in pratica la stessa mossa indicandolo fin nel titolo: Pizza Kebab è infatti il pezzo più famoso di quel debut – Album – che tante attenzioni e riflettori gli aveva puntato addosso.

Se le nuove leve Baby Gang e Simba La Rue spingono forte sull’acceleratore del celodurismo gansta con steet cred confermata da condanne a svariati anni, ecco che i veterani, ormai trentenni, ci riprovano con il b/w la strada e i palazzoni. Sfera, too big to fail, facilone e sfacciatamente ripetitivo dà al proprio pubblico di giovanissimi esattamente quello che vuole e si porta l’unica cosa che per lui conta: i numeroni. Ghali che a due settimane dall’uscita del disco si piazza al quinto posto della classifica album in partita non ci entra nemmeno, non ai livelli sperati perlomeno, specie se Massimo Pericolo sta al vertice con un album Tedua style che rema esattamente all’opposto del ritorno al mitologizzato dogma.

Qualche anno fa, Ghali era quello che aveva solleticato gli interessi dei trenta-quarantenni, oltre che dei suoi coetanei, per una miscela di trap, musica araba e pop, un look perfettamente meticcio e disinvoltura da vendere. I grandi brand lo avevano preso sottobraccio – le campagne editoriali di Gucci o gli advertising per Vodafone e McDonald’s – e così festival avant pop come Club to Club che nel 2016 lo aveva lanciato come qualcosa di grosso, come un predestinato.

Sembrava destinato a grandi cose Ghali, una sorta di Jovanotti della sua generazione e lo aveva creduto sicuramente anche lui. Di sicuro i singoli multiplatino che sono arrivati poi – Boogeyman (con Salmo) e soprattutto Good Times – hanno nutrito per bene l’ego. Lo stesso però non han fatto gli album che li contengono, come DNA, o Sensazione ultra, con quel pezzo con Madame (che suonava esattamente come un pezzo con Madame), prove che senz’altro giocavano tutte le carte giuste, tutte in sicurezza, ma che alla prova del nove non hanno convinto né per qualità né ai numeri.

Beninteso, abbiamo dischi brutti che fatturano incredibilmente tanto e Pericolo ne ha confezionato uno giusto ora: bontà e streaming non vanno certo di pari passo, soprattutto oggi, ci sono altre dinamiche in gioco che possono ribaltare completamente il gioco ma se ce n’è una che vale sempre è quella che chi non rischia e non vuole esporsi davvero non alla prima non alla seconda ma alla terza perde e il fake ritorno a casa di Pizza Kebab Vol.1 ce l’ha scritto in fronte.

Manca praticamente tutto nelle quattordici tracce che compongono l’album: manca l’ispirazione, manca il guizzo, manca la direzione e, forse per la prima volta nella carriera di Ghali, manca pure il gusto, come dimostra Paura e delirio a Milano, il secondo pezzo in scaletta che coinvolge la Dark Polo Gang (Tony Effe, Pyrex – ora Dylan – e Side Baby) riunita in un passaggio tra parodia e macchietta.

Tra episodi evanescenti (Dimmi la verità, Celine con Digital Astro) e altri che ricalcano il passato senza alcuna rivisitazione (Zuppa di succo di mucca), ci si imbatte di rado in frammenti più solidi: è il caso di Tanti Soldi che, sample randomico di Mi sei scoppiato dentro il cuore a parte, si lascia ascoltare grazie a una produzione dalla buona componente ritmica (KIID, Maloh, Nightfeelings & Vaporstef dietro la macchina) e una strofa d’alto profilo firmata da Geolier; intervento che certifica, a prescindere dai gusti, la differenza di incisività tra i due soggetti. 

Nel timore di sbagliare Ghali è scivolato in una dimensione sì vicina al suo inizio, ma paradossalmente a lui lontana: se la sua fortuna è stata quella di colorare il grigiore della trap, il nuovo album è scuro e manca d’identità, l’opposto di ciò che brani come Walo volevano dimostrare: E’ la prima volta che sentite un sound di questo genere in Italia e nel mondo“, aveva scritto su Instagram con swag à la Achille Lauro giusto lo scorso anno. Oggi nessuno se lo ricorda più.

Attraverso i soliti cliché del caso (il tormento dato dal successo, i soldi, il ricordo dei tempi che furono) la penna del cantante arranca, perdendosi in testi scarichi e strofe grossolane, tanto da far risultare più interessante persino l’irruenza scomposta di uno come Rondo Da Sosa (Machiavelli) o il solito flow serrato di Luché (Sotto controllo). Le cose non cambiano neanche quando il rapper sposa il pop più puro, come accade nella conclusiva Peccati, inflazionato episodio intimista dove svetta nel ritornello un “Prego Dio di perdonarmi questi peccati da rockstar” che sa tanto di benzina finita.

Sanremo potrebbe cambiare tutto. La traccia presentata alla kermesse finire nel disco di fatto rilanciandolo. Ci si aspetta una nuova Cara Italia, una vera hit. Qualcosa che ci faccia ricordare a cosa era destinato Ghali.

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