Recensioni
Massimo Padalino
Rumore su carta. Il ritmo della letteratura dal Beat ai postmoderni
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Stefano Solventi
- 17 Luglio 2026

Con Massimo Padalino non è mai semplice. Anzi: è sistematicamente complesso. E stratificato, contraddittorio, batterico, visionario. Eppure la sua scrittura riesce a scorrere con strana, intrigante limpidezza. Apre parentesi come trabocchetti in cui cadi provando il brivido di scenari che rivelano, imbocchi svolte che sembrano tradire le intenzioni di partenza e invece sono il modo migliore per arrivare al punto. Come se la penna seguisse un navigatore impostato per scegliere sempre il percorso meno consueto, soggetto a imprevisti, rallentamenti e accelerazioni, angolazioni anomale e strane dislocazioni spazio-tempo. Perché, insomma, come scrisse quel Kerouac che non a caso spicca tra i protagonisti di questo saggio, non è il “dove” l’importante, ma il “dobbiamo andare”.
Detto questo, va aggiunto che lo sguardo critico di Padalino si muove da sempre sulla linea di confine tra musica e letteratura. Di più: tra analisi e narrazione. Non a caso in mezzo alla sua corposa produzione saggistica ha piazzato un’opera di fiction, Il gioco, romanzo assai intrigante e meritoriamente segnalato al Premio Internazionale Mario Luzi. Per limitarsi alle opere recenti, non si può fare a meno di notare un focus sul tema del rumore, come testimonia quel L’estetica del rumore in 100 dischi pubblicato nel 2024 per Arcana, che attraversando le opere dei vari Velvet Underground, Throbbing Gristle, Einstürzende Neubauten, Sun Ra, Albert Ayler, Harry Partch o John Cage (solo per citarne alcuni) si getta in quelle zone interstiziali dove il linguaggio-musica si sfarina e smarrisce, evapora le certezze, sconfina in un codice che procede per modulazioni continue anziché salti discreti, come un glissando fantasma nella macchina del senso.
Ciò vale tanto più oggi, con la musica sempre più sottoposta alla formattazione dell’iper-conformismo algoritmico, una sorta di doppia cura Ludovico elargita a tenaglia dalle prassi dello streaming e dai processi produttivi ingegnerizzati via AI. Ma non divaghiamo. Oppure: sì, divaghiamo. Perdiamoci. Ad esempio, inseguendo traiettorie altre rispetto a quella musica che comunque si vuole tenere nel radar. Come fa questo Rumore su carta, un lavoro speculativo difficile da definire. Per molti versi è un saggio di critica letteraria, col focus sulla letteratura del Novecento (più o meno avanguardistica) fino al presente.
È peculiare tuttavia la direzione indicata dalla bussola di Padalino, con quel procedere rapsodico, da rabdomante che si aggira tra territori così lontani così vicini, vicendevolmente alieni eppure sovrapponibili: dalla Beat Generation al Cyberpunk, dal cut-up al post-modernismo, è un procedere lirico e spasmodico intenzionato a catturare col retino le spore di una mai troppo definita (forse perché indefinibile) continuità fra sperimentazione musicale e sperimentazione narrativa, di agitare liberamente lo speculo nel ventre molle della musicalità della prosa, unendo puntini per far emergere figure impalpabili, spesso suggestive, talvolta mostruose.
Il disclaimer posto in epigrafe – “Questo libro può contenere tracce di scrittura mimetica” – è assai utile per entrare nel modus operandi di Padalino, che di capitolo in capitolo sintonizza lo stile e il gradiente lirico sull’oggetto analizzato, mantenendo un distacco, diciamo così, umoristico che tuttavia non preclude un certo trasporto – appunto – mimetico. Senza mai comunque sembrare frutto di calcolo o effettistica a gratis. È quindi molto diverso, per dire, l’approccio ai romanzi di Bret Easton Ellis rispetto a quello dedicato a William S. Burroughs oppure a Don DeLillo, Philip K. Dick, J.G. Ballard o David Foster Wallace. A fattor comune c’è la chiave che tenta di craccare il lucchetto.
Perché, certo, alla fine è soprattutto un saggio di critica letteraria, ma lo scarto sostanziale è dato dal tentativo di collocare il cadavere sul tavolo autoptico dello “sguardo” musicale, forzando quindi strumenti e metodi classici ad operare tagli e ricognizioni insolite, che chiaramente producono letture nuove, magari – certo – opinabili ma proprio per questo stimolanti. Secondo Padalino quindi in tutti gli scrittori trattati la musica era molto più che un elemento connotativo culturale: era un processo che agiva a livello pre-narrativo, un sabotaggio dissonante, un dispositivo rivelatore (proprio) perché intimamente sovversivo.
Tanto a livello strutturale che formale e concettuale, la musica rimane come sfondo e vibrazione interiore della scrittura, ne determina la direzione e l’esito anche quando sprofonda e letteralmente (!) scompare, digerita, metabolizzata. Ma quando rimane in superficie può essere ago della bussola e motore, come nel caso di Joe Lansdale che farnetica genialmente su un Elvis mai morto o nel Pynchon che mescola paranoia e assurdo ne L’arcobaleno della gravità.
In questo percorso tra suono e parola, la musica opera in modalità interstiziale, si opacizza, si sottrae, procede per slogature progressive, fino a dissolversi e farsi rumore. Non per deterioramento, ma perché è l’unico modo per arrivare al cuore della questione. Per dare forma alla sua “riluttanza a smarrirsi verso il buio indistinto”, come sostiene Gadda a proposito della vita. Padalino piega e incanala il pensiero gaddiano, sostenendo che:
la musica secondo Gadda non è il mezzo col quale si nega il caos, ma quello con cui lo si incapsula all’interno di una ben precisa struttura (come il pentagramma o l’esecuzione concertistica), e in quanto tale è il contro-modello ordinatore del caos.
Detto questo, si può prendere questo saggio anche come puro e semplice dispenser di suggerimenti letterari, una parata di piccole grandi ossessioni che promettono di non voler restare confinate nelle pagine. Massimo Padalino ha il dono di rovesciare sul lettore una leggerezza abitata di formicolante complessità. Anche quando affonda il colpo e stratifica concetti, si affida sempre all’abbrivio di un’arguzia penetrante e batterica. Ogni suo libro è un’increspatura anomala nel flusso, un carosello di parentesi aperte da cui sfarfallano idee nutritive.
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