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Il termine indie, per chi ha avuto vent’anni tra gli anni ottanta e i Novanta, è sempre stato sinonimo di un approccio alla musica lontano dalle logiche di mercato, trasversale ai generi musicali, legato alle etichette discografiche indipendenti allora fiorenti e caratterizzato in ogni aspetto della produzione artistica da un’attitudine “do it yourself” e da una mutualità creativa tra i musicisti. La definizione ha poi assunto col passare del tempo vari significati: negli ultimi anni, soprattutto in Italia, ha indicato un vero e proprio genere musicale spesso legato a tematiche e linguaggi post-adolescenziali focalizzati su una contemporaneità estetica ben poco interessata alla “purezza ideologica” e più in combutta con il consenso spicciolo e un vago senso di appartenenza anagrafica (del pubblico, nei confronti dei musicisti e viceversa).

Nel suo libro Massimo Padalino non sta né da una parte né dall’altra della barricata, smarcandosi anche dalla ricostruzione storica puntuale e da completista del Simon Reynolds di Rip It Up And Start Again: Postpunk 1978-1984 – forse uno dei migliori libri sull’indie di sempre, nonostante il tema circoscritto e l’assenza di riferimenti specifici all’argomento nel titolo. Il concetto di indie diventa infatti nelle mani dell’autore una sorta di targa da assegnare a particolari artisti, eventi o dischi succedutisi nella storia del rock degli ultimi settanta anni, quasi fosse una categoria culturale a sé stante abbastanza importante da rappresentare un filo d’Arianna ideale per attraversare epoche, luoghi e stili. I meriti dei protagonisti di questa storia sono ad esempio l’aver inciso per un’etichetta indipendente o magari aver interpretato con la propria arte un ideale capace di andare oltre ogni comfort zone, coraggioso o fortemente originale, e dunque a suo modo “indipendente” dal sentire comune e dalle mode del momento.

Questo il motivo che spinge Padalino a far rientrare nelle stesse 269 pagine Billie Holiday e la Sun Records, Sun Ra e Moondog, i Velvet Underground e Frank Zappa, i Gong e i Devo, Nick Cave e i Residents, ma anche il post-punk americano e inglese, i nostri CCCP, la wave, lo shoegaze e l’indie-rock inglese dei Novanta, Daniel Johnston e moltissimi altri artisti. Lo scopo finale non è dar vita a un corpus testuale enciclopedico, come del resto si legge anche nella sinossi del libro, piuttosto inquadrare da un punto di vista meno consueto e in maniera essenziale ma intrigante, personaggi e storie ben noti a chi frequenta da un po’ di tempo e con un certo metodo la musica rock internazionale e autoctona. 

I più giovani e chi non è mai andato oltre i consigli dell’algoritmo di Spotify troveranno in La storia dell’Indie buone ragioni per approfondire discografie e biografie di artisti a dir poco fondamentali (in questo senso, ci pare assai apprezzabile l’interattività garantita dai vari QR Code che portano all’ascolto di brani e dai mini-box di approfondimento sparsi per le varie pagine), profili per cui la produzione musicale è spesso stata anche una scelta “politica” e non solo artistica. Ed è forse questa funzione “didattica” verso le nuove generazioni il pregio maggiore di un testo che rimane comunque una lettura nutriente pensata per chi crede che la musica sia ancora una questione molto seria, e non solo futile intrattenimento destinato esclusivamente all’impianto audio di uno smartphone. 

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