Recensioni

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Fossimo negli anni ’80, quella in copertina sarebbe Grace Jones e questo un album influenzato dalla new wave e contaminato con reggae, dub e funk. Siamo invece negli anni ’20 del secolo successivo e quel che vediamo impressa è Alexandra Drewchin, in arte Eartheater, qui al sesto album con Heavenly Body, ideale prosecuzione del perimetro sonoro indagato nel precedente Powders, un piccolo universo come lo descriveva Zagaglia: un mondo che prende vita dal folk per innestargli protesi cyber elettroniche di marca PAN, morbido trip hop e aperture pop.

Al centro della ricerca rimane la trasformazione del corpo, tema che qui coincide con il percorso della maternità e la nascita della figlia Nova. Da qui il taglio maggiormente magico-narrativo di queste undici tracce, sospese tra prose elfiche (Malka Moma) ed epiche ancestrali (Wasp In The Fig), immerse ora in archi dal sapore rinascimentale, ora in coralità e malinconie in bilico tra Florence Welch e Lana Del Rey (Paradise Rains), alla bisogna rinforzate da pulsazioni bristoliane (Practical Amnesia) e derive da club destrutturato (Crown Jewel).

Un disco che non rinuncia del tutto ai momenti più sperimentali, come il minimalismo alla Laurie Anderson di Glowing Guts, ma che nella scelta di confrontarsi sempre più apertamente con coordinate pop (Don’t Look Back, gli ibridi synth-gotici anni ’80 di Favorite e il dream pop condiviso con Oklou in Fast Asleep) finisce per dilatare proprio quelle caratteristiche che l’hanno resa una delle artiste più interessanti degli ultimi anni.

Heavenly Body lavora all’opposto dell’apocalittico Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin ed è un album coerente e personale, ma il vertice della parabola di Eartheater resta, almeno per ora, collocato nella prima parte della carriera.

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