Recensioni

“Le bugie hanno le gambe corte, ma se le racconti bene ti portano lontano”
Ci sono molti personaggi ma non c’è un vero protagonista, in questa storia. Anzi, una protagonista c’è, ed è l’angolazione scelta dal narratore, quel distacco irrorato di understatement freddo e umorale che inclina l’asse della vicenda verso la commedia nera, dalle parti di una farsa cruda, spietata. Scrivo “commedia” e “farsa”, ma a dire il vero tra queste pagine c’è ben poco da ridere. E quel poco è un riso gelido, strozzato, tipico di certo grottesco, quello che per ogni situazione divertente ti regala un senso di repulsione subdolo e stagnante.
I personaggi, dicevo, sono molti, alcuni dei quali prevalgono sugli altri – Mina e Cugino Berto su tutti – ma la ricognizione di Padalino tende al corale, coglie i tipi umani come fiori malati nel prato tossico della normalità, e lo fa con una accuratezza strutturata e ridanciana, con un tono giocoso (ahem…) che stempera l’incubo. Sembra quasi che con questa storia voglia raccontarci di come agli individui, una volta estirpati da un humus sociale positivo – qualunque cosa significhi – non rimanga che nutrirsi dell’opposto, d’una negatività patologica sì ma solo dal punto di vista del patto sociale prevalente (punto di vista però non più attendibile). Una nocività che diventa quindi codificabile in forma di gioco, paradossalmente ricalcato sul (e quindi mimetico al) sistema di valori civili accettati come positivi, ma in realtà sfibrati, smentiti, sputtanatissimi. Il gioco, già: una prassi spietata, implacabile, liberatoria. Come il compimento di un destino a cui concedersi, con la tenace arrendevolezza del maschio della mantide nell’atto della procreazione (e quindi della propria fine). Proprio quel destino che, alla fine, presenta inevitabilmente il conto.
Il gioco è il primo romanzo di Padalino, critico musicale con in repertorio volumi su Capossela, Beatles (entrambi per Arcana) e un’ottima pseudo-biografia di Sun Ra satura di contagi trasversali (Space Is The Place, già per i tipi Meridiano Zero). Come narratore, conferma l’attitudine giornalisitca per la stratificazione, la divagazione strutturale, l’inversione della consuetudine, i cerchi lunghi che forse si chiudono oppure si tendono come archi voltaici e rotte verso l’ignoto, neanche fosse un nipotastro di Thomas Pynchon nella terra del Tocai. Mica male.
Amazon
