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Il tempo si scozza, si frantuma, si piega, si mescola e si riannoda nell’impastatrice del mistero, dell’incanto, della credulonità. L’immaginario caposseliano è una lente deformante che annoda il percorso (la vita, la musica, l’arte, gli amor…) in un intreccio senza sbocco ma provvisto di molte feritoie. Brecce sul mondo fiabesco, circense, patafisico di Vinicio da Hannover fu Calitri (e viceversa, anzi, all’incontrè). Errabondo errabondare tra sbuffi di meraviglia e mostruosità formidabili, risalendo le radici come una vena tra sud e nord (e all’incontrè), il sud più a sud e il nord che svicola ad est, sfociando nel fascino sperso e diroccato dei balcani, gli inenarrabili balcani, attraversando l’oceano per grattare la pancia dei sogni d’America.

Intanto il tempo continua a scozzarsi e frantumarsi, si mescola e mescolandosi spiega espedienti, trucchi, inganni che non si vedono, che non ci sono. Che ci sono, invece. Sono le mille storie, i mille racconti, sperdute le une e scordati gli altri. A meno che un Capossela non s’incarichi di riesumarne gli umori magici, gli abracadabra e i tah-da, i Vladimir Vysotsky e i Céline, i Chinaski e gli Spessotto, i Tom Waits e i Celentano, la taranta e il cha cha cha, l’argot e il rebelot, Napoleone in un bottone e Jack La Motta che barcolla ma non crolla, funerali papali su maxischermi tra terra e cielo e Louis Prima come un ponte tra le miserie dei migranti e i sogni transoceanici.

E altro ancora (vino e rose, freak e marajà, mostri e prodigi…), magari stipati tra gli odori e gli umori di una Volvo immarcescibile (quasi) o tra le pagine di un romanzo scomposto e ricomponibile, quel Non si muore tutte le mattine che proprio come questo Il ballo di San Vinicio è un itinerario randagio e sfaccettato, col capo e la coda smarriti da qualche parte nel fantasmagorico caravanserraglio che è la vita, che è l’amore (coss’è l’amor…), che è l’arte di Vinicio Capossela, il cantautore che – per dirla con Luttazzi – “non ci meritiamo”.

Massimo Padalino ci ha raccontato tutto questo genialmente ovvero caposselizzandosi: forse il modo migliore, forse l’unico possibile. Ne esce un libro ricco anzi strabordante, cui l’unico difetto imputabile può essere un “troppo” che ti frastorna, casomai potessimo chiamarlo difetto. Manufatto irrinunciabile per tutti i caposseliani e i caposselabili. Ma anche gli altri possono farci un pensierino.

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