Recensioni
Stefano Marino Eleonora Guzzi
La filosofia dei Radiohead
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Stefano Solventi
- 3 Dicembre 2021

Oh, no. Un altro libro sui Radiohead. Possibile? Sì, certo. Ed è comprensibile che la notizia possa provocare sconcerto, persino quel po’ di esasperazione. Sono passati oltre cinque anni dall’ultimo album di inediti della band di Oxford, la cui discografia – al netto di qualche inedito gustoso pubblicato in Kid A Mnesiac – è stata da tempo metabolizzata. Cosa può giustificare un altro libro su di loro? Risposta: un nuovo punto di vista. O, in alternativa e più probabilmente, una sistematizzazione di diversi punti di vista già noti.
Perché, casomai non fosse chiaro, per quanto i Radiohead siano stati ampiamente analizzati e raccontati, il tempo sta rivelando – anzi: decifrando – livelli di lettura ulteriori, un po’ per il senso e la forma che il loro percorso assume grazie al beneficio della prospettiva, e un po’ per come gli sviluppi storici abbiano confermato, smentito o aggiustato il senso delle loro canzoni (che fossero moniti, profezie o carotaggi nel profondo della loro epoca lo avevamo intuito già in tempo reale). In ogni caso, a questo La filosofia dei Radiohead non mancano la lucidità dell’analisi né la qualità della scrittura, ragion per cui, per quanto mi riguarda, basta a farmela considerare una pubblicazione opportuna. Oserei dire persino: raccomandabile.
Mimesis, casa editrice dall’attitudine “filosofica”, sta dedicando uscite regolari alla musica, vedi la collana Musica Contemporanea che conta già oltre trenta titoli tra cui molti della serie “La filosofia di…”, libretti agili (dalle 70 alle 250 pagine) che indagano la poetica di nomi noti e persino altisonanti (i vari Beatles, Lennon, U2, Wyatt, Eno, Sylvian, Zappa e via discorrendo) utilizzando un approccio articolato e multidisciplinare. Nel caso dei Radiohead, Stefano Marino (professore di Estetica presso Unibo) ed Eleonora Guzzi (laureata Unibo in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) utilizzano per così dire la cassetta degli attrezzi della Teoria Critica, quindi rendono sfaccettato lo sguardo ricorrendo all’analisi sociologica, psicanalitica, economica eccetera. Inevitabili e assai pertinenti quindi le citazioni dei filosofi ascrivibili alla Scuola di Francoforte – di Theodor W. Adorno (citatissimo) e Max Horkheimer in particolare -, chiamate a costituire la struttura portante di un’interpretazione del percorso radioheadiano ben riassunta nel sottotitolo del libro: musica, tecnica, anima.
Come sintetizzare la chiave di lettura di Marino e Guzzi? Non è semplice farlo in poche parole, quindi perdonerete la grossolanità del tentativo: al cuore della poetica di Yorke e soci ci sarebbe il dissidio tra anima e tecnica, o se preferite lo smarrimento del fattore umano nell’epoca del post-umano, un conflitto che i Radiohead affrontano immergendo il loro linguaggio in una sorta di presente distopico e spingendosi formalmente sul confine tra popular e avanguardia, ovvero rivolgendo lo sguardo tanto alle istanze sperimentali della musica colta quanto alla persistenza fantasmatica del jazz e agli spettri danzerecci della techno.
In conclusione di un percorso musicale tanto vario e “progressivo”, ci attende il superamento dell’alienazione, l’approdo a una nuova dimensione dell’umano (come alternativa all’annichilimento nevrotico) grazie proprio alle possibilità schiuse dalla tecnica stessa. Tutto ciò è riassumibile in una tanto lapidaria quanto illuminante affermazione di Heidegger: “la tecnica è un modo del disvelare”. Da par suo, Adorno ribadisce: “dietro le invenzioni tecnico-industriali, così come dietro quelle artistiche, vi è un medesimo processo verso l’opera, vi è la medesima forza produttiva umana che le fa incontrare”.
L’analisi si articola in quattro capitoli, i primi tre corrispondenti ad altrettanti fasi artistiche in un procedere dialettico ben riassunto dai titoli: Interiorità dell’individuo: The Bends, Ok Computer; Passaggio attraverso la tecnica: Kid A, Amnesiac; Riconquista dell’anima mediante la tecnica: da Hail To The Thief a oggi. Detto che Pablo Honey viene quindi – giustamente? – lasciato fuori dall’argomentazione, i due autori concentrano gli sforzi come è comprensibile sui testi, ma non mancano di sottolinearne la coerenza con le scelte stilistiche musicali, in un rapporto che si rivela addirittura mimetico (soprattutto nella sconcertante svolta sintetica consumatasi nella cuspide tra vecchio e nuovo secolo).
L’ultimo capitolo sintetizza e allarga lo sguardo al panorama contemporaneo, relativamente al senso dei Radiohead per esiti e prospettive della musica presente e futura (qui entra in scena spesso e volentieri il pensiero di Mark Fisher), nonché concentrandosi sulla ricaduta e sulle ramificazioni del loro canzoniere su mondi così lontani così vicini come la colta e il jazz, in quello che si può considerare alla stregua di una restituzione.
È insomma un libro compatto e intenso, articolato ma tutto sommato fruibile anche da parte di chi non ha una laurea in filosofia nel cassetto (come ad esempio, ahimé, il sottoscritto). Aggiungo: non è richiesta neppure una particolare predilezione per i Radiohead, dal momento che i temi affrontati sono, semplificando all’estremo, quello che ci sta capitando in questi strani, enigmatici anni. E che è consigliabile cercare di interpretare.
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