Recensioni

6.8

Ancora un libro su George Harrison? Sì. A spanna (se siete in grado di smentirmi, fatelo pure) il più giovane e schivo dei quattro favolosi si piazza subito dietro l’inarrivabile Lennon in quanto a – chiamamole così – attenzioni editoriali.

Evidentemente la sua vicenda artistica appassiona per come si lega a quella esistenziale, con quella sensibilità geniale sempre un millimetro in ritardo rispetto alle due punte di diamante Paul e John. Da cui l’espressione e la postura di chi è abituato a metabolizzare una frustrazione strisciante, eppure capace di slanci formidabili, che prima gli permettono di consegnare al catalogo beatlesiano gemme sfolgoranti quali Something e While My Guitar Gently Weeps, quindi – a band ormai sbandata – di pubblicare un triplo vinile che evidentemente covava da tempo. E che molti considerano – non senza ragione – la prova solista più brillante di un ex-Scarafaggio. Oltre ch eun capolavoro, All Things Must Pass fu una specie di rivalsa, di intensa e spettacolare auto-affermazione, in continuità con l’ultima traccia incisa dai Beatles (assente Macca, ormai fuoriuscito), l’ottima I Me Mine: canzone che di Harrison dice moltissimo, anzi a bene vedere ci dice già più o meno tutto.

Alberto Rezzi, autore di volumi su Jimi Hendrix, Pat Martino (R.I.P.) ed Eric Clapton, compie con questo agile La via mistica di George Harrison un viaggio in otto tappe nel percorso di ricerca spirituale che ha contraddistinto la produzione del chitarrista di Liverpool a partire dalla metà dei Sessanta, quando l’incontro con Ravi Shankar cambiò la sua visione espressiva assieme a quella esistenziale.

Il volume è una sorta di biografia alternativa, un viaggio rapsodico attraverso canzoni pubblicate in vent’anni (dal ’68 al 1987 di Cloud Nine, con qualche accenno al postumo Brainwashed del 2002), condotto però in prima persona da Rezzi stesso, che ammette di avere scoperto in Harrison un vero e proprio guru nel proprio percorso di ricerca spirituale. I riferimenti a Schopenhauer, a Herman Hesse, alla Bhagavadgītā e alle Upaniṣad si intrecciano quindi al senso implicito ed evidente di canzoni note o meno note come Beware Of Darkness, la già citata I Me Mine, Give Me Love, Crackerbox Palace, Be Here Now, Living In the Material World o Art Of Dying.

Un cammino, quello di Harrison, non certo privo di contraddizioni, visto come le dipendenze chimiche, le avventure extra-coniugali e una bruciante passione per i motori non sembravano accordarsi benissimo con chi nella propria autobiografia ebbe e a dichiarare: “Il corpo fisico è transeunte, ma questa parte che c’è dentro, questa è la sola realtà. Tutto il resto è illusione”. Sembravano – appunto – non accordarsi, perché proprio utilizzare il corpo “come un’automobile” significava altresì relativizzarlo, tanto da potersi permettere una leggerezza che gli consentirà di ridere anche dei momenti più amari (vedi la fase Monty Python della seconda metà dei ’70, che lo portò addirittura a finanziare il geniale Life Of Brian, in cui pure recitò).

La vicenda personale di Rezzi a tratti invade il campo, arriva a concedersi qualche superlativo di troppo e impollina la dimensione del personal essay di un misticismo entusiasta non sempre digeribile, ma nel complesso il libro resta gustoso, aggiunge cioè uno sguardo peculiare (e perciò intrigante) su una carriera la cui zavorra principale è stata quello di scaturire dalla più grande avventura mai capitata al pop-rock. E che, pur tenuto conto della discontinuità, rivela all’analisi una robusta coerenza di fondo. Una direzione. Un itinerario progressivo. Che tutto sommato ha raggiunto la sua meta.

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