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6.8

A dodici anni dall’esplosione di Royals, oggi Lorde sembra proprio un’artista sospesa. Troppo importante per essere ignorata, troppo sfuggente per essere veramente centrale. Dopo l’abbaglio di Solar Power, che ne aveva raccontato una versione ritirata e quasi mitologica, l’artista neozelandese torna con Virgin, che segna una nuova tappa nella sua trasformazione: un album che più che rilanciare la sua voce autorale, mette in scena un nuovo capitolo della sua narrazione pubblica. Già, perché oggi Ella Yelich-O’Connor non sembra più voler incarnare la “voce della sua generazione” — semmai quella del suo personale disorientamento. È una figura che si muove ai margini dell’industria con un’aura da oracolo art-pop: amata, seguita, imitata, ma più per come si racconta che per ciò che canta.

Si veda a questo proposito la sua apparizione improvvisata a Washington Square Park (dopo ore d’attesa e un blitz della polizia) che ha assunto le sembianze di una funzione messianica: non certo un happening, non proprio un concerto… su una cassa portatile suona What Was That, Dev Hynes fa partire la traccia e lei canta. È qui il punto: Lorde non torna per fare solo musica, torna per farsi vedere, capire, attraversare. E in fondo Virgin, il suo quarto album, funziona con la stessa logica. La musica è lì, certo — scrittura diaristica, produzione asciutta ma non priva di brillantezza, testi che oscillano tra intimità e allucinazione — ma a dominare è il contesto, il racconto, il modo in cui l’artista ne fa parte. Lorde non torna per fare canzoni, torna per mostrarsi.

E questo lo fa a partire dall’apertura di Hammer, nella quale, tra un gay club di Manhattan e una seduta di lettura tarocchi, Lorde canta di ovulazione, identità di genere fluida, corpi fragili e vivi (Some days I’m a woman/Some days I’m a man). È l’inizio di un percorso che abita l’instabilità di una rinascita che vuole essere più autentica dei precedenti capitoli. Virgin è costruito così, per accumulo di confessioni, di dettagli candidi e piccoli abbandoni, come quello verso Jack Antonoff, lasciato fuori da un progetto che preferisce il lavoro con Jim-E Stack e Dan Nigro, nomi già sentiti accanto a Olivia Rodrigo e Chappell Roan. Ma qui non c’è la vitalità pop delle colleghe: il suono resta in penombra, vicino all’estetica di Melodrama, ma meno affilato.

Se Solar Power aveva scelto il sole e il cielo per ritirarsi in una meditazione silenziosa, Virgin scende nel corpo e nelle sue contraddizioni. È un disco che sa di pelle, di desiderio e sangue, di test di gravidanza finiti nel cestino (Clearblue, con il suo richiamo a Bon Iver, è forse una delle migliori del lotto) e di madri ingombranti e affettuose che appaiono come ombre del proprio DNA. Il desiderio viene raccontato nella sua nudità, senza patina. In Current Affairs, Ella riprende Dexta Daps e ne ribalta completamente la prospettiva: “Girl, your pussy good, it grip me good a me fi tell you“; In Shapeshifter si dimostra per la prima volta veramente trasparente, in tutta la sua complessità cangiante (“I’ve been the ice, I’ve been the flame/I’ve been the prize, the ball, the chain/I’ve been the dice, the magic eight/So I’m not affected”). In Broken Glass, con un basso martellante e synth taglienti, affronta il disturbo alimentare: “I hate to admit how much I paid for this”, dice, in un brano che più di tutti ci ricorda Pure Heroine. D’altronde è evidente come la corporalità qui non sia solo un trauma, ma una vera e propria eredità. E anche un atto artistico: la copertina dell’album mostra un’immagine a raggi X del suo bacino. Crudo, clinico, esposto.

In Favourite Daughter il pop prende una forma più familiare, tra ritmo calzante e ritornello cantabile: anche qui il centro è il legame materno (la madre è la famosa poetessa Sonja Yelich), il bisogno di compiacere, la performance di sé come figlia (e di conseguenza popstar) ideale. È lo stesso meccanismo che smonta in GRWM, che suona come una dichiarazione d’identità scarnificata: ridotta all’osso, all’essenziale, eppure risoluta (“Since ’96, been looking for a grown woman / A grown woman).

Questa è la vera discontinuità di Virgin: non tanto nel suono, quanto nella nudità con cui scava nella propria mitologia personale. È un disco che non offre canzoni-icona, ma immagini residue. Nessun brano cerca di essere Green Light, anche se Man of the Year si avvicina a una forma di climax performativo e What Was That conserva il magnetismo emotivo che è cifra stilistica dell’autrice. Il rischio, naturalmente, è che tutto questo porti a un’opera più significativa nel contesto che nell’ascolto. Virgin è un album che si lascia guardare più che ascoltare, abitato più da simboli che da melodie. Ma forse è proprio questo il suo obiettivo: non imporsi, ma insinuarsi. Non dire, ma mostrarsi.

A 28 anni, Lorde non è né una ragazza prodigio, né una popstar canonica. È una creatura mutevole che attraversa l’industria come un fantasma. Ha scelto di vivere altrove, artisticamente e geograficamente: vive in una New York percorsa a piedi nudi, nei ricordi disordinati di un’adolescenza mitizzata, nei margini incerti della propria identità. Virgin non è un comeback, è una soglia sulla quale Lorde resta ferma, in bilico, a guardare se stessa.

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