Recensioni
Loraine James
Building Something Beautiful For Me
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Lorenzo Montefinese
- 7 Ottobre 2022

Se fino a poco tempo fa potevamo parlare di Loraine James come di un astro nascente dell’elettronica, oggi constatiamo con gioia che l’artista londinese è diventata un punto fisso nel firmamento musicale del suo Regno Unito e del panorama internazionale. Certo, aveva già diverse pubblicazioni alle spalle prima del fatidico 2019, anno in cui è approdata alla corte di Kode9. Ma è stata la doppietta di album targati Hyperdub a consacrarne il talento e a farla balzare agli onori della cronaca come the next big UK thing. Recentemente avvistata su Ghostly sotto mentite spoglie col suo side-project ambient Whatever The Weather, ritroviamo oggi James con quello che plausibilmente è il suo progetto più ambizioso.
Building Something Beautiful For Me – licenziato dalla Phantom Limb – nasce dall’incontro della giovane inglese con il compositore americano Julius Eastman. Incontro virtuale, giacché quest’ultimo era prematuramente scomparso nel 1990, neppure cinquantenne. Afroamericano e omosessuale, Eastman è stato, e continua ad essere, un outsider nel bianchissimo mondo del minimalismo (e post-minimalismo) americano e newyorchese in particolare. Mentre in ambito accademico è già da tempo in atto un processo di riscoperta e integrazione nel canone, quella di Eastman continua a rimanere una figura ai margini della Storia ufficiale.
È su questa alterità orgogliosamente queer e black che viene così a instaurarsi il dialogo a distanza spazio-temporale fra Eastman e James, la quale si è immersa nel mondo del compositore grazie ad una raccolta di originali eastmaniani donatale da Gerry Eastman, fratello di Julius, alla lettura della biografia Gay Guerrilla, e ad alcuni stem MIDI con le trascrizioni dei brani. Insomma, un lavoro che unisce lo spirito archivistico-documentaristico all’afflato creativo e alle implicazioni identitarie e socio-culturali sottese – o per meglio dire, palesemente evidenti a chiunque si soffermi anche solo sui titoli dei brani – alla musica.
Building Something Beautiful For Me (non è forse questo la missione ultima di ciascuno di noi nella propria vita, e a maggior ragione di fronte a violenze ed esclusioni sistemiche?) vede Loraine James «reinterpretare, reimmaginare e rispondere ad opere chiave» di Eastman, «tagliando, editando, spezzettando e suonando i sample come strumenti». Lo fa in un percorso che si snoda lungo otto tracce in cui il minimalismo poetico e sperimentale del compositore newyorchese viene ‘aumentato’ dalle manipolazioni elettroniche, altrettanto poetiche seppur non sempre minimaliste, della James. Se da una parte abbiamo la scuola del tardo minimalismo della Grande Mela, dall’altro abbiamo il sound – ormai già marchio di fabbrica dopo neanche un lustro – di Loraine James: un impasto di texture glitch, ritmiche e melodie IDM, ruggiti UK bass e, in questo album come mai prima, pennellate ambientali fatte di arpeggi, droning e pad celestiali. Dulcis in fundo, in più di un’occasione è la voce della stessa James a palesarsi alle nostre orecchie. Non è che canti, propriamente. Semmai, il suo è un sussurrare in forma confessionale, frammentario e iterato, come se il principio di ripetizione minimalista fosse stato tradotto vocalmente, e poi astratto.
Building Something Beautiful For Me suona come un diario personale, o meglio come un estratto di pagine di diario. E non solo per i titoli che in molti casi parlano da sé, vedasi The Perception Of Me (Crazy Nigger), Choose To Be Gay (Femenine), Black Excellence (Stay On It), nonché la title-track stessa. Ma anche per ciò che ascoltiamo in questi brani, il cui punto focale sono le melodie reiterate, stratificate, dilatate. Siamo in una zona di frontiera tra il retrofuturismo placido di Caterina Barbieri, momenti più corali di stampo modern classical (ricordiamo che Eastman era solito riferirsi alle sue composizioni come “organic music”), addirittura detriti del trip-hop che fu, e un finale basinskiano in salsa hauntologica. Non di sola ambient vive l’album, però. Schegge di beat affiorano qua e là, dai bassi pulsanti a fremiti glitchati, che accompagnano e, come detto prima, in qualche modo “aumentano” l’ossatura di matrice eastmaniana. Solo in due episodi il lato percussivo prende il sopravvento (Enfield, Always e My Take), e forse non è un caso che si tratti delle uniche due tracce dell’album in cui non compare tra parentesi il rimando ad un titolo originale di Eastman.
A conti fatti, il punto di maggiore interesse – al netto di un album di qualità, ma d’altronde la giovane londinese ci ha abituati a standard elevati – del lavoro è proprio la natura dialogica tra i due artisti agli estremi del processo creativo. Julius e Loraine, la morte di lui avvenuta sei anni prima della nascita di lei, vissuti in anni e continenti diversi, eppure accomunati da quel trauma collettivo intergenerazionale che purtroppo continua ad accompagnarsi a blackness e queerness.
Cos’è dunque Building Something Beautiful For Me? Un album di remix, edit, cover, inediti? Quanto Eastman rivive in James, quanta James era latente in Eastman? Possiamo dire che l’inglese sia riuscita egregiamente nel compito non facile di evitare sia di proporre un album di pedisseque cover elettroniche, sia di utilizzare l’opera del compositore come puro pretesto concettuale, recidendone ogni contatto effettivo. Un po’ esperimento creativo, un po’ lavoro d’archivio, un po’ autoterapia messa in musica, Building Something Beautiful For Me è un altro importante tassello nella discografia di questa giovane e talentuosa artista.
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