Recensioni

6.9

L’anno scorso, di questi tempi, ci siamo spesso trovati ad ascoltare e conseguentemente analizzare una serie di dischi (gli esordi di J. Bernardt e Anna of the North per fare un paio di esempi) che ci avevano portato a una riflessione non troppo positiva sul contemporaneo (synth)-pop: pur arrivando dalla Francia (tramite un’etichetta assolutamente centrale nello sviluppo di un’identità sonica precisa e peculiare, ma aperta e perfettamente attuale come la InFiné) anche il disco di Leonie Pernet s’inserisce pienamente nel discorso, facendoci in parte ricredere e alzando decisamente l’asticella della qualità e soprattutto dell’ambizione.

Era infatti un appiattimento su soluzioni eccessivamente prevedibili quello che lamentavamo dodici mesi fa: un eventualità che viene spazzata via dall’eclettismo, sempre coerente e mai pretestuoso, delle dodici tracce di Crave. Se l’opening-track (e azzeccatissimo singolo di lancio) African Melancholia è infatti il vertice indiscusso dell’album con il suo straziante mix di memorie dubstep e minacciose distopie autoritarie, raramente Leonie sceglie di appiattirsi su un sound banalmente pop (forse solo in Story), alternando momenti più muscolosi (l’acidissima Rotten Tree pare uscita dai dischi meno discutibili e più efficaci del Reverendo Manson) ad altri più riflessivi ed avvolgenti: il disperatissimo carillon indie-rock della title track, la morbidezza di una Rose che sfrutta i versi di François de Malherbe (gli stessi che affascinarono pure De André), il suadente classicismo della rilettura di India Song (di cui comunque questa resta la versione più pregiata) e le ipnotiche note mediorientali della bella Auaati.

Non tutto mantiene le aspettative create dalla già citata African Melancholia, ma Crave ci introduce al mondo sfaccettato e complesso di un’artista giovane, ma davvero promettente.

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