Recensioni
Mary Ocher
Mary Ocher
The West Against the People
Faust Studio Sessions
-
Nicolò Arpinati
- 25 Novembre 2017


The West Against the People, quarto disco dell’artista russo-israeliana Mary Ocher, nata a Tel-Aviv ma residente ormai da una decina di anni nella solita e sempre attraente Berlino, è uscito nei primi giorni di marzo e, come riconosciuto in modo pressoché unanime dalla critica internazionale, rappresenta forse il massimo vertice espressivo raggiunto finora dalla prolifica e poliedrica trentunenne. L’album è però passato quasi inosservato in Italia, ma la pubblicazione del nuovo Faust Studio Sessions, breve raccolta di brani registrati durante lo stesso periodo temporale, permette ora di colmare questa mancanza: nonostante lo stretto collegamento tra le due opere e il giusto ordine cronologico, è infatti la più recente a risultare anche più accessibile ed immediata.
E se così non fosse stato, avrebbe voluto dire che qualcosa non aveva funzionato come previsto: The West Against the People, oltre ad essere evidentemente più corposo nel minutaggio e strutturato musicalmente, è anche un concept sulla perdita dell’identità e delle proprie radici, accompagnato (anticipando dunque Fever Ray di qualche mese) da un testo programmatico dove sono svelate le istanze sociali e politiche che fungono da linee guida. Le tematiche affrontate non si discostano poi molto da quelle della stessa Fever Ray, ma allargano il terreno di scontro e riflessione inglobando economia, politica, ecologia, femminismo e tematiche di genere: insomma, alle posizioni etiche di Karin Elisabeth Dreijer Andersson si aggiungono spunti da Yoko Ono e Ziúr, Beyoncé e Fatima Al Qadiri, EMA, Björk e persino Vivien Goldman, solo per restare tra colleghe. Anche la musica vanta un’infinità di riferimenti, dai più evidenti alla tradizione kraut (d’altronde il disco, come quasi tutti quelli che lo hanno preceduto, è edito dalla Klangbad di Hans Joachim Irmler, storico componente dei Faust) a quelli più sottili tra synth-pop d’ispirazione queer e un cabaret post-apocalittico vicino all’ultimo Benjamin Clementine.
Se i brani che continuano il fertile sodalizio con il duo di percussionisti Your Government si distinguono come i più vivaci, dove la strumentazione essenziale e l’urgenza espressiva si completano a vicenda tra grinta (My Executioner) e risentimento (Authority’s Hold), le collaborazioni con i mostri sacri Felix Kubin ed il collettivo Die Tödliche Doris spaziano tra oscura psichedelia ambient e incursioni nell’avanguardia più teatrale, mentre la leggerezza quasi insostenibile dell’eterea e pulsante The Endlessness (Song For Young Xenophobes), realizzata in solitaria, è indubbiamente il vertice poetico e sonico dell’intero album.
Faust Studio Sessions, complice una produzione meno invadente e levigata, estremizza le atmosfere operistiche e le capacità cantautorali di Mary, chiamando in solo due pezzi i fidati Your Government (tra cui lo scheletrico e marziale punk-funk di Uliant Fadera): le vesti semi-acustiche di Across Red Lines, The Deep End o della cover del chitarrista statunitense Robbie Basho, Blue Crystal Fire (con Julia Kent), o quelle più sperimentali di Calories in My Body riescono però ad esaltare le doti interpretative e vocali di un’artista capace di confermarsi tanto completa quanto unica.
Amazon
