Recensioni

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Karin Elisabeth Dreijer Andersson, nota anche come Fever Ray, svedese di nascita, e apolide per vocazione, è giunta al suo secondo lavoro solista. Il tempo trascorso dai tempi dell’esordio omonimo e autoprodotto dei Knife – il gruppo che la lanciò nel ruolo di vocalist, assieme a suo fratello Olof sono ormai lontani (correva il più che kubrickiano anno 2001…). Quattro studio album, un paio di colonne sonore, e tanta voglia di unire melodia, tracce industrial-goth, semantica electro-pop, qualche spezia bjorkiana, più l’occhio sempre puntato al dancefloor, e un’attitudine alla sperimentazione sulla forma canzone (qualsiasi cosa si intenda oggi con questo termine) sono il lascito maggiore di quella band (che è in pausa a tempo indeterminato da Shaking The Habitual del 2013). Karin Elisabeth continua comunque per la sua strada. Ed è un successone. Prova ne è l’opener del suo primo disco targato Fever Ray, If I Had a Heart, che farà sfracelli come sigla della serie tv Vikings. Fever Ray – così si intitolava quell’omonimo disco del 2009 – riprendeva la lezione delle ballad post-apocalittiche di Peter Gabriel e in parte di certa Kate Bush e le fondeva alle intuizioni electro-rock dei migliori Knife. Oggi Karin ritorna alla carica, e lo fa col fresco di stampa Plunge.

La webzine Pitchfork, che bada più al trend-making che ad altro, gli ha dato un voto che rasenta il 9. Ecco, anche no. Magari Plunge non è così geniale, nondimeno piace. La pulsazione rarefatta rimanda ancora all’eco di certo techno-rock 80s. Lo stile vocale reca ancora nel suo dna il timbro del fatalismo gabrieliano. A questo giro, però, ai vecchi temi se ne aggiungono di nuovi: laddove le song precedenti si concentravano, senza peraltro eccellere in originalità, sulla descrizione delle sfighe dell’everyday man e dell’everyday life, qui si va oltre. Gli undici pezzi in scaletta citano infatti: la Monsanto, l’ecologia, il sistema di privilegi delle elite apolidi, l’hyper-capitalism e le sue aberrazioni. In tal senso, Plunge si ricongiunge alla sottile linea rossa intessuta da Anohni. Glaciale, tecnologico e a suo modo psichedelico, il sound dell’odierna Fever Ray ammicca all’ovvio ma persegue l’unico. Tradotto: pezzi come Part Of Us e Wanna Sip mirano indubbiamente all’heavy rotation radiofonica, eppure è la qualità “psichedelica” dei breakbeat tinti d’oriente in To The Moon And Back e l’atmosfera onirica di Red Tails (memore persino di certi tziganismi new wave d’antan; vedi alla voce: Tuxedomoon) che rende meritevole l’ascolto di questo disco.

Il melodismo “piano” che lo domina è a conti fatti tutt’altro che banale (Part Of Us suona come un’ipotetica cover “glacial” di una qualche dimenticata hit di Limal), e si rivela alla fin fine come una delle armi vincenti della cantate svedese, qui come altrove. Il resto, tempi politici a parte, è la “solita” parata di musiche perfettamente amalgamate ai testi che si fanno sempre più personali via via che passa il tempo. Candore. Dolore. Ricerca di se stessi. Ecco di cosa parlano le canzoni di Fever Ray. Perché da che mondo è mondo, è una dura fatica esser(ci) al mondo.

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