Recensioni
Paolo Nutini, Michael Kiwanuka, Black Country, New Road, Swim School
La Prima Estate
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Davide De Gennaro
- 29 Giugno 2024

La Prima Estate non è più davvero la prima ma è la terza. Terza edizione per questa sorta di estensione verso la spiaggia del Lucca Summer Festival, che ha fatto parlare su queste pagine di “Versiliapalooza”. O forse “la prima” significa che l’estate è all’inizio, e porta quella ventata di calore e sole che dispone gli animi a godere dei piaceri della vita. Il parco Bussola Domani aiuta in questo: storica venue per concerti, il suo verde è un’oasi di tranquillità che è la naturale prosecuzione di una giornata in spiaggia. Gli stand sono tanti e la card prepagata che sostituisce gli odiosi token si struscia che è una meraviglia, e riduce la consapevolezza dei milioni che si stanno spendendo in panini, acqua e birra. Ma almeno la birra è gratis, per i più svegli. Una promozione offre un bicchiere pieno omaggio a chiunque ne riporti sei vuoti al “riciclo bar”. Squadriglie di spazzini si aggirano ad impilare torri di plastica, senza vergogna di frugare nei secchi o raccogliere bicchieri da sconosciuti meno intraprendenti.
Mentre si illumina un nesso inedito tra alcolismo e risoluzione della crisi ecologica, l’atmosfera diventa quella di un gioco che prepara all’intrattenimento e alla spensieratezza della serata. Intanto sul palco, ancora presto, col sole che batte, suonano gli Swim School. Sono un trio di scozzesi fieri e chiedono se ci siano compatrioti tra il pubblico, il che è possibile, magari una delegazione arrivata per l’altro scozzese della serata, il più atteso: Paolo Nutini. Gli Swim School suonano cinque o sei dei loro diciassette pezzi totali, ancora mai raccolti in un album in studio. Un indie-pop chitarristico che ammicca al grunge. La voce della cantante però è spiazzante, sembra venire da altro dal rock, qualcosa come l’alt-pop di una Halsey. Se la si cerchi su internet vieni a scoprire che è fan di Taylor Swift. Strano ibrido, piacevole da ascoltare mentre si chiacchiera, il sole cala e bagna tutto di arancione.
L’attenzione sale invece con i Black Country, New Road. La formazione è quella che va avanti da più di due anni senza il frontman Isaac Wood. Il chitarrista e cantante del gruppo inglese nel gennaio 2022 annunciava la sua decisione di lasciare il gruppo per uscire da un periodo buio. I compagni hanno supportato la sua decisione e lasciato la porta aperta per riaccoglierlo quando se la fosse sentita. Intanto, per rispetto nei suoi confronti, hanno deciso di non suonare più in live canzoni scritte o cantate da lui, cioè quelle dei due album For The First Time e Ants From Up There. In modo del tutto atipico, hanno scelto di suonare dal vivo solo materiale inedito su cui hanno lavorato senza Wood.
Il terzo disco Live at Bush Hall è infatti la registrazione di un concerto, che tuttavia per chi li ascolta vale quasi come un disco in studio, essendo quella l’unica forma in cui è pubblicata la nuova musica. Questa prassi sta continuando in questo tour, con la comparsa di altri nuovi pezzi. Quelli suonati nella serata sono For The Cold Country, Geese e Nancy Tries To Take The Night. L’attacco con la prima già dischiude un mondo di fragilità preziosa che inizia e finisce col vocalizzo tenue e sognante della pianista May Kershaw. La nuova musica sembra andare nella direzione tracciata da Bush Hall: la forma-canzone canonica si dilata e diventa una mini-suite art rock – che di rock ha ancora ben poco – di sei-sette minuti, che ti culla e coccola nei suoi risvolti delicati tanto che vorresti durasse almeno il doppio.
Che sia sulle trame di chitarra classica, acustica e banjo di Nancy oppure sul canto corale di miele delle tre voci femminili in Geese, questi ragazzi dimostrano una sensibilità sottilissima, grande quanto la loro timidezza sul palco. E mentre li si ascolta pare di vedere accrescersi la propria, di sensibilità: è quello che accade a metà set su The Boy, che ti incanta come fossi un bambino con la sua storia fiabesca divisa in capitoli, un racconto con un ritmo quasi da teatro dell’opera. Infatti a un certo punto non può che balenare la visione di un’intera orchestra che li accompagna – idea che loro stessi hanno valutato per progetti futuri. L’alternarsi degli strumenti, tra flauto e sax per Lewis Evans, basso e chitarra per Tyler Hide, violino e mandolino per Giorgia Ellery, piano e fisarmonica per May Kershaw arriva fino alla conclusione con Dancers; l’intensità emotiva raggiunge il picco con il grido del batterista Charlie Wayne, per poi lasciare il posto a una coda riposata che dà il segno al resto della serata: dolcezza e tenerezza.
Dolcezza e tenerezza sono anche quello che trasmettono le immagini proiettate sui megaschermi da Michael Kiwanuka: immagini di umanità pura e immacolata, nella sue forme più semplici che traspaiono come le più alte. Due amanti che si guardano fissi negli occhi sorridenti, sdraiati di fianco sul letto l’uno di fronte all’altra; il dettaglio delle mani di due genitori che accarezzano quella di un neonato. I soggetti sono tutti neri, forse anche loro Black Men In A White World, come canta Kiwanuka. Mentre il cielo si fa indaco dopo che il sole si è nascosto oltre gli alberi, il cantautore inglese di origini ugandesi calca il palco ostentando umiltà e candore che contrasta con la spavalderia dei suoi idoli soul a cui è stato accostato, come Bill Withers, Bobby Womack e Marvin Gaye. Paragoni meritati e da portare sulle spalle con responsabilità.
E Kiwanuka ci riesce. Imbraccia la chitarra e tira dritto senza troppe chiacchiere. Si inizia col calore soul infuso dalle coriste in Hard To Say Goodbye. Per poi passare a una serie di pezzi più incalzanti: la sopracitata Black Man, l’afrobeat di You Ain’t The Problem, il riff bruciante di Rolling, e la coda di assolo acido hendrixiano di Hero. Nella seconda metà del set arrivano le atmosfere più flebili e malinconiche. Prima la preghiera angelica di Rule The World, poi il dolore di Solid Ground in cui la voce da brividi di Kiwanuka si prende tutta la scena, con accanto solo gli accordi sommessi del piano. Chiudono le due gemme del secondo album: Cold Little Heart, nella sua versione accorciata, struggente, languida, universale e poi Love & Hate, il coro ritmico che diventa liturgia collettiva.
Si è fatto buio. Alle 22 appare sugli schermi la frase “You are so cool”, parole del pezzo d’apertura di Nutini, Afterneath, pronunciate dalla voce robotica femminile in stile Alexa. La lusinga è riferita a noi nel pubblico o a se stesso? Nutini entra e inizia una piccola messincena rivolgendosi alla suddetta voce in un dialogo cantato attraverso la cornetta di un telefono rosso vintage. Arrivano poi Scream e Let Me Down Easy, riarrangiate in chiave elettronica, ma il tutto non stona né risulta straniante rispetto al resto dell’esibizione anzi dà freschezza e movimento. Poi il primo “buonasera” in italiano ricorda le sue origini italiane che il nome tradisce.
Il nonno di Nutini era di Barga, provincia di Lucca, proprio qui nei dintorni. Dominano i pezzi di Last Night In The Bittersweet, l’ultimo disco del 2022, come la romantica Acid Eyes che fa ondeggiare i corpi qua e là, oppure la versione acustica di Through The Echoes. Il timbro vocale acuto di Nutini è unico, sa essere delizioso e graffiante, e sentito dal vivo sembra molto più sfaccettato, rivela una profondità che scopri essere persino un po’ appiattita dagli album in studio. Si alternano i momenti intimi a quelli ballabili mentre sugli schermi si proiettano forme e giochi di luce psichedelici. Si arriva ai brani più amati dal pubblico come Candy e Radio, su cui Nutini canta nel ritornello “I want love, I want love”.
Qualcuno sussurra a un amico che per cantare certe cose con quella voce devi avercele dentro. Nutini scrive delle canzoni d’amore con pochi accordi, niente più e niente meno. Qualcosa di semplice, ma allo stesso tempo difficilissimo. Arrivano solo se non ci sono infingimenti, e tutto è più sincero e trasparente possibile. Questa genuinità di sentimenti si percepisce da tanti piccoli gesti che ricorrono in tutto il concerto. Gli “You are beautiful” sussurrati ad ogni ovazione, la gratitudine negli occhi quando guarda la gente, la mano che si posa sul cuore. Shine A Light chiude il set, e una enorme sfera stroboscopica cala dall’alto del palco e lancia raggi della luce chiara di cui parla la canzone. Potrebbe finire tutto così, ma invece Paolo Nutini ha ancora qualcosa da dire. “Questa è una serata davvero speciale per me” – Nutini arrangia un italiano un po’ sbilenco che già fa venire gli occhi lucidi – “perché la mia mamma e il mio babbo erano di qui”.
Dice che quando erano giovani venivano proprio in questo parco a sentire Renato Zero e Mina. Adesso mamma e babbo sono lì a vedere loro figlio in concerto. Commosso lancia alla famiglia un ultimo “Vi amo moltissimo”. Poi chiude davvero con Last Request, a sorpresa perché suonata di rado negli ultimi anni. La canta in una versione fine, leggera, impalpabile, da solo sul palco, chitarra e voce. Solo tanta dolcezza e tenerezza.
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