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Terzo anno per La Prima Estate, estensione del Lucca Summer verso territori e nomi non per forza enormi, che si tiene nel bel parco Bussola Domani, nome storico per la musica e lo spettacolo della zona. L’apertura di questa edizione tocca a una serata che il nostro Diego Ballani ha ribattezzato “Versiliapalooza”: in un festival che i difetti di questo tipo di situazioni li presenta in maniera minore o per niente, tra un paesaggio lodato dal palco anche da Perry Farrell, un clima tutto sommato normale in questa estate insolita, stand alimentari classicamente cari ma per fortuna senza gli odiati token (c’è una card che in teoria è simile, in pratica è meno rigida, rispetto agli Alt-J lo scorso anno ha abbattuto le code), con le consuete domande su che senso abbia il pit visto che riguarda metà del sottopalco mentre l’altra metà è ad accesso libero e si vede uguale, si succedono infatti sul palco la gloria locale Motta (nel senso di Italia ma anche perché è nato a meno di 30 km da qui), i britannicissimi Sleaford Mods e due pilastri dell’alternative rock USA ’80-’90 Dinosaur jr. e Jane’s Addiction.

Un programma decisamente “indie”: e se includerci Motta può sembrare un effetto del vizio italiano di usare questa parola per indicare l’itpop, il cantautore pisano provvede in modo netto a smentire questa idea. Con la band a cinque elementi infatti, che insieme ai nomi consueti vede Whitemary alle tastiere e Roberta Sammarelli dei Verdena al basso, il cantante mette su un set che con l’aiuto del gruppo spazza via quel velo sintetico e pop dei suoi dischi e fa emergere la sua formazione e la sua anima alternative con un set potente e dal suono ricco (anche se a un certo punto un problema al basso porta Sammarelli a lanciare in terra il suo bellissimo Rickenbacker, rimpiazzato da un Hofner: sembra una staffetta Lennon-McCartney…) che va in crescendo fino al culmine di Ed è quasi come essere felice e Roma stasera (personalmente, la preferita del suo repertorio) a dimostrare che il nostro è ampiamente all’altezza dell’impegnativo cartellone della serata, oltre a ribadire che dà il meglio dal vivo (come peraltro ha detto nel suo libro).

Tutt’altra cosa gli Sleaford Mods: un pc poggiato su un cassone, azionato da Andrew Feran che una volta dato il via si dà ai balletti, il microfono per Jason Williamson e stop. Vista l’attrezzatura, come palco gli basterebbe uno dei tavoli della zona cibo, e i tour potrebbero farli su una 500, ma non si percepisce vuoto: palco e aria vengono infatti riempiti dalle efficaci basi di Fearn e dalla presenza scenica di Williamson, coi suoi movimenti da giullare alticcio e il suo cantato beffardo post-John Lydon, che cammina per il palco tipo gallo con la bottiglietta dell’acqua come cresta mentre canta col suo accento deep british (al riguardo: viste le scarse spese di strumentazione e attrezzatura, non si potrebbe spendere qualcosa per approntare dei sottotitoli? Già solo in inglese aiuterebbero) e il gruppo sembra una versione sardonica dei Suicide, con la follia più tarata sullo sberleffo che sulla psicosi. La sorpresa è quando parte una base un po’ diversa: è West End Girls, probabilmente proprio lo strumentale originale del classico dei Pet Shop Boys (difficile pensare a un duo più lontano dai nostri, bisogna scomodare i Jalisse…), sulla quale il cantante interpreta a modo suo il ritratto della metropoli di Tennant (è una cover pubblicata lo scorso novembre per beneficenza). I due salutano poco dopo un pubblico che li ha apprezzati e ha capito lo spirito della band.

Dinosaur Jr. a La Prima Estate, foto di Stefano Dalle Luche (2024)

I Dinosaur jr sono tre ma il cambiamento è ovviamente molto più netto che un musicista in più in scena: un polittico a tre ante di Marshall alle spalle del cantante e un paio di ampli comunque imponenti alle spalle di Barlow, per cominciare, già segnano uno stacco deciso rispetto al duo di Nottingham. In più qui com’è noto c’è il fracasso, il suonato, al limite anche la sbavatura (benché appaia ancora oggi evidente che quella generazione di outsiders aveva nel dna anche parecchio hard rock 70s, quando non proprio del metal), uniti alla melodia in una formula che nel periodo in cui uscirono i dinosauretti faceva la fortuna di band come Jesus and Mary Chain e Sonic Youth – ovviamente articolata in modo personale e piuttosto diverso da ciascuno dei tre nomi.

Anche qui inizialmente problemi sonori, in particolare la chitarra a basso volume (!!), ma poi il set decolla sui binari consueti della band, tra potenza sonora e di esecuzione: il suono e lo stile sono quelli senza grosse sorprese e c’è spazio per qualche canzone cantata da Barlow (che a un certo punto rivendica fiero “We are from the Eighties!”). La brusca interruzione con cui si conclude la classica cover di Just Like Heaven, rispetto al disco suonata con meno differenza tra la parte tranquilla e quella più “cattiva”, chiude anche il set del trio.

Jane's Addiction
Jane’s Addiction a La Prima Estate, foto di Stefano Dalle Luche (2024)

Arriva infine il momento del main act, preparato in qualche modo da un gruppo come quello di Mascis e soci vicino cronologicamente e per attitudine e stile (nonché per aver visto il ritorno più o meno recente di qualche membro fondatore): i Jane’s Addiction salgono sul palco dopo un’introduzione registrata di percussioni, partendo con la rilassata e rara Kettle Whistle, il cui suono ampio e vasto sembra voler dire quale sia stata la portata del gruppo, la sua statura e l’effetto su tutto un settore del rock.

La calma dura poco perché i quattro, macinando classici dai due dischi miliari Nothing’s Shocking e Ritual de lo Habitual, alzano volume e potenza, con le distorsioni di Navarro anche un po’ eccessive (mai quanto certi colori dei visual che scorrono dietro ai nostri, a tratti più impegnativi per gli occhi di quanto la pur ragguardevole violenza sonora lo sia per le orecchie). Una calma momentanea c’è con una Summertime Rolls forse troppo breve e subito dopo con l’amatissima, a ragione, Jane Says, inaspettatamente a metà scaletta. Al riguardo va detto che, mentre i tre agli strumenti sfoggiano una forma smagliante, Farrell da parte sua regna sul palco com’è suo solito, chiacchiera tra discorsi sul sesso, lodi all’Italia – e al vino, appelli alla fratellanza universale (un hippie dei tardi ’90, come l’idea di creare un festival come Lollapalooza già rivelava chiaramente) e alla diffidenza verso i politici, ma a volte sembra che le linee vocali, più che seguire la canzone seguano un suo flusso di pensieri anche quando canta, per cui a volte si perdono, quasi non si riconoscono. Non è un classico problema di non prendere le note alte: i suoi acuti ci sono ancora (tranne qualcosa che manca su Jane Says), sembra più un mix di scelte diverse e di decenni che hanno cambiato le canzoni facendo smarrire un po’ qualche melodia.

Il set prosegue sui classici, nulla in scaletta dai pur buoni, tardi Strays e The Great Escape Artist, né i due pezzi nuovi comparsi qualche giorno fa nei concerti di Londra: si arriva alla pausa pre-bis sulle onde di una lunga Three Days prima che la band rientri chiudendo con Mountain Song, la hit Been Caught Stealin’ piacevolmente priva della drum machine che contribuì al suo successo (ma, anche qui, anche un po’ priva della melodia cantata) e infine, come nel primo album, ecco Navarro, Avery e Perkins dietro i tamburi per i saluti con Chip Away.

Rispetto al concerto del 1991 del Tenda a Strisce a Roma, quando infuriava un pogo selvaggio che faceva volare la gente da un lato all’altro della platea, manca Then She Did e Morgan Fetcher al violino, o Classic Girl e, per quanto ricordiamo, un po’ di furia sul palco: non quella del suono, come se l’età avesse insegnato a scatenare la violenza mantenendo l’aplomb, né manca la capacità di ricreare quella dimensione dilatata e ipnotica che riuscivano a dare a una musica, o a un mix di musiche, che non la prevedeva; e non manca neanche il fascino e il carisma di Farrel, anche se sta molto più fermo di un tempo.

Jane's Addiction
Jane’s Addiction a La Prima Estate, foto di Stefano Dalle Luche (2024)

Curiosamente, mentre la scaletta è estremamente passatista, l’aria sul palco e l’esecuzione sembrano suggerire che questo gruppo potrebbe avere ancora un futuro.

Nel complesso, un esordio di rassegna affidato a una giornata ben pensata e ben riuscita, un viaggio – ancorché a ritroso – tra quattro idee di ricerca di strade proprie.

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