Recensioni

Nutini sa cantare. Questo è fuor di dubbio. Tono crudo, scorzato, che ricorda il timbro di Ottis Redding o il flow di Al Green, filtrato da un forte accento scozzese. Nelle sue tinte appaiono le visioni Northern Soul e i rituali pagani delle Highlands, lo charme italiano e la trasandatezza trobadorica. Eppure qualcuno ha osato definirlo un James Morrison obsoleto o un James Blunt più intellettuale. Ci voleva un salto di qualità. E forse questo nuovo Last Night in the Bittersweet riempie le caselle che i precedenti quattro album non sono riusciti a riempire.
Densità di suono, sperimentazione, audacia. Fuori dalle regole radiofoniche e dentro un’esperienza che faccia equivalere l’animosità della sua voce con la profondità del sound. Il quarto lavoro di Paolo Nutini mette insieme gli aspetti sentimentali e quelli colti. E li fa dialogare in un sound che viene fuori, più maturo, dark, blues nel senso etimologico di malinconico. Bile nera che a volte graffia, grida, altre volte si lamenta, si contorce, altre ancora si fa docile, tenera. Il suo stile, solitamente così lineare, in questo disco viene tormentato da fantasmi, turbolenze romantiche. Che lo fanno risultare più radicato nelle sue consapevolezze, intrepido nelle scelte, anche quando queste non sono perfette.
Rompe il ghiaccio Afterneath, un esplosivo collage rock il cui intro lo porta a mugugnare urletti sensuali in pieno stile Robert Plant. Potrebbe bastare questo per farci capire il cambio di tono di questo disco, ma Nutini osa ancora di più. Nel groove post-punk della strofa ficca dentro un sample di un monologo di Patricia Arquette, tratto da Una vita al massimo, il film del 1993 scritto da Quentin Tarantino. Di nuovo, una versione intrepida del cantautore che sa tanto di una boccata di aria fresca. Il camaleontico marchio soul di Nutini prende direzioni inattese fra prog-rock, jazz e uno spoken-word che è quasi poesia.
Poi cambia direzione, traendo linfa dai suoi referenti storici e facendola propria. Nel singolo Through The Echoes confeziona una performance vocale memorabile. Addolorato, emotivo, quasi liturgico, il ritornello, arriva lancinante in pieno petto. Radio, invece, è l’apice romantico del disco. Sommesso, ma allo stesso tempo investito in pieno dai sentimenti decantati, tira in ballo i lavori del Peter Gabriel più emozionale. L’elettrocardiogramma di Last Night in the Bittersweet è puntellato da momenti più posati (Julianne, Everywhere, Heart Filled Up), in cui le stigmate del blues man si confondono con quelle del soft rocker in zona The National, e da momenti più puramente pop (Children of the Stars, Lose It). Fra quest’ultimi, l’allegrissima Petrified in Love, con le chitarrine rigide e gli organi Vox, ci riporta negli 80s di Elvis Costello o Tom Petty.
Non manca varietà a questo lavoro. A volte irriconoscibile, in Shine a Light Nutini strapazza i Primal Scream e li centrifuga con l’electro-punk dei Suicide, mentre altrove (Abigail) omaggia la tradizione cantautorale americana tirando in ballo un Johnny Cash dalla voce più acuta. Si fa appena in tempo ad abituare le orecchie a un genere, che il disco ha già cambiato discorso. Dalle parti di Acid Eyes siamo in un clima post-punk americano, a lentissima decantazione che, con artisti come Phoebe Bridgers, Lucy Dacus e Bartees Strange sta vivendo una seconda giovinezza. In questo, Nutini sa giocarsi le sue carte. E può vantarsi di esserci arrivato attraverso un’elaborazione propria, piuttosto che seguendo lo zeitgeist.
Difficile non stanare qualche filler (Straded Words, Desperation, Take Me Mine) in un album di ben sedici tracce. Non a caso l’attenzione cala a più riprese durante l’ascolto. Per cui, se è un disco compatto, diretto, omogeneo che si sta cercando, è meglio guardare altrove. Ma le insospettabili influenze kraut, prog e folk di Last Night in the Bittersweet si sposano bene con il percorso che Nutini sta compiendo. Verso un pop-rock sanguigno, sentimentale ma mai banale, ora di più facile lettura, ora distillato in piccole inclinazioni sperimentali. Con la voce che ha, si può dire che il risultato è raggiunto.
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