Recensioni

Ancora una volta è l’underground, quello più lontano da qualsiasi grinfia algoritmica, a occuparsi di rinnovare il linguaggio musicale e costruire i ponti sonori più originali del mercato. Un peccato, vista l’inevitabile ristrettezza del bacino mediatico che circonda certi tentativi, e la triste consapevolezza che certe sensazioni di novità e sregolatezza si possono trovare solo nelle sale da concerto più anguste e nei dischi dimenticati di artisti con poche migliaia di ascoltatori mensili. Ma con gli Studio Murena che stanno (piano piano) edificando un ponte sempre più interessante tra sottosuolo e mainstream, le speranze sono le ultime a morire.
Lampante in questa situazione è il caso dei Kolosso, collettivo bolognese che sa muoversi tra jazz, drill, boom bap ed elettronica con notevole fantasia e creatività. Over è il debutto, uscito qualche settimana fa per Sghetto Records, etichetta bolognese che, dopo Bop Gun Vol. 1 e Daimon, continua a evidenziare forte eclettismo e amore per le contaminazioni.
L’album si dimostra un’esuberante conferma delle mille direzioni percorribili da un laboratorio artigianale prolifico e sperimentale, amante di accostamenti e sbalzi d’umore durante il processo creativo. Spalmato su dieci tracce eclettiche e sofisticate, è l’esempio evidente di questo approccio artistico: una pletora di sensazioni sparpagliate, tra doppie percussioni incalzanti, aggiunte elettroniche, sax e trombe urlanti, melodie spesso campionate e maciullate, frangenti più sospesi e squarci di conscious. Come se i già citati Studio Murena e Butcher Brown si incontrassero a metà strada per spiegare che sì, si può accostare il gusto del groove al malessere urbano. Che si può organizzare una jam session in una bettola con siringhe per terra e tossici al bancone.
Ed è una jam session che sa rivisitare i linguaggi black con grande personalità: vedi Neve con la talentuosissima Lauryyn, che qui ricorda una Joan Thiele dal vestito non più bianco ma grigiastro; Never Too Much, che chiama in causa Awon — tutt’altro che sconosciuto nell’underground USA — per capitalizzare un jazz-hop indisciplinato alla Ezra Collective o Butcher Brown; o Patrice, che frulla Where There Is Love di Patrice Rushen in un marasma jazz-r&b-trap-drill forse troppo ripieno ma sicuramente originale per le sonorità del nostro paese (oltreoceano artisti come Redveil e McKinley Dixon si sono già avvicinati a certe atmosfere).
Per tirare le somme, il debutto dei Kolosso, uno dei più interessanti in circolazione — insieme a Crepa Nel Buco – nel manifestare questa caotica sporcizia contemporanea, è indisciplinato e polisensoriale, sublime ma limitato, arrogantissimo ma ancora un po’ acerbo. Con Over finisce l’attività sotterranea del collettivo, e questo manifesto di indissolutezza sembra rappresentare il giusto ponte tra sotto e sopra. La fine del libertinaggio e l’inizio di un linguaggio musicale più concreto e significativo. Le premesse sono ottime. Monitoreremo.
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