Recensioni

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Febbre blacksploitation o sabotaggio prog-psych? I Bop Gun sono Jack Calico alla chitarra, Sebastian Halmark alle tastiere, Sergio Silva Echegoyen al basso e Francesco Benizio alla batteria. Sono una cartoon band disegnata male? Forse, ma di sicuro amano il funk degli anni ’70: la loro musica è una balestra caricata di frecce jazz-rock. Riff col wah wah, basso rotondo e spugnoso, tastiere che sfrigolano e batteria scoppiettante riempiono sapientemente gli spazi lasciati incustoditi. Otto jam sudate, fumanti, nate a tarda notte in club radicati nel tessuto urbano.

La città di riferimento è Bologna, ma non quella gentrificata del food, dei panini alla mortadella, dei b&b o degli sfratti coatti. È una città a luci spente, bohemien, che insegue i propri sogni in cerca di George Clinton tra stelle di un cielo terso solcato da nuvole analogiche, sorrisi e sigarette. Ciò che risalta è il groove, ma è quel pizzico d’ironia a fare la differenza: l’elemento sottotraccia che separa l’emulazione dall’omaggio, il far proprio un mondo sonoro ricchissimo, storicizzato, ancora capace di rivivere se sul palco ci sono i protagonisti giusti.

L’orologio della DeLorean punta a un anno imprecisato in cui Starsky & Hutch, Spenser & Hawk e Crockett & Tubbs se la giocano tra azione di strada e pub di turno. Cliché? Forse, ma i Bop Gun, senza girarci troppo attorno, lo fanno bene.

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