Recensioni

Kendrick Lamar lato To Pimp a Butterfly, Shabaka Hutchings “Comet Is Coming edition”, I Run The Jewels più morbidi, la nuova leva McKinley Dixon, ma anche Massimo Pericolo, Salmo, Claver Gold. I riferimenti li sappiamo, poi però, non sottovalutiamolo, c’è tanto Studio Murena, tanta originalità di una firma che ha saputo mescolare tanti elementi e modelli senza tralasciare la propria, grande, impronta personale. D’altronde parliamo di un sestetto che da qualche anno sta dominando, e plasmando, un filone sempre poco rappresentato nel nostro paese che è quello del jazz-hop: Davide Shorty, Funk Shui Projects, Willie Peyote, qualche incursione di Nayt, Tredici Pietro, Ernia, e poco altro.
Ma con Studio Murena è diverso, non si parla più di beat jazz tra il boom bap e il lo-fi (vedi Pete Rock, Gang Starr, The Roots e tanti, tanti altri), ma di vere e proprie composizioni attentamente costruite da cinque musicisti jazz usciti dal conservatorio, affiancati da un frontman pienamente hip hop, Mc Carma, in un incontro tra accademia e strade che produce virtuosismo da un lato, sconfinata potenza espressiva dall’altro.
Con Notturno, terzo album in studio, il gruppo si conferma il limpido specchio della Milano turbo-capitalista e post-moderna dei giorni nostri: consumismo esasperato, invasione tecnologica, gentrificazione, sporchi vicoli, violente periferie. Insomma, un teatro cupo e alienato che non è altro che simbolo di un sistema per molti versi malato, degradante, estremamente tossico, in costante flirt con la distopia di cui si è spesso parlato in cinema e letteratura. Tematiche di cui i ragazzi meneghini si sono più volte occupati, con una dose bilanciata di ripudio e delusione, tra brillante lucidità e maledetta poesia. Quando Kafka e Sartre incontrano il malessere urbano dell’hip hop di strada e il tappeto avvolgente del jazz più acido ed elettronico, il risultato è un album suggestivo e pungente dall’inizio alla fine.
Non si tratta di una novità quanto piuttosto di una piacevole e ambiziosa conferma dei due ottimi lavori precedenti (tre se consideriamo il beat tape Crunchy Bites del 2018, ancora senza frontman): Studio Murena (2021) e WadiruM (2023). Se in passato si parlava dello scontro deserto-città, qui è la notte il fascinoso e ammaliante fil rouge del diario di Carma, spazio di azioni tanto fisiche quanto mentali, piccoli frammenti introspettivi di un tutto che non riesce a funzionare come tale. Perché, se ‘il mondo è lo specchio di come ti senti’ (per citare Nostalgia), allora in questo quadro d’insieme dominano rotture, imperfezioni, incompletezze.
È un album che allora è intenzionalmente, confusionario e incompleto, proprio come l’epoca che tenta coraggiosamente di raccontare, volubile, fragilissimo, molto di più che in passato, intrecciato su una sfera individuale più dominante rispetto a quella sociale, con la quale il debito rimane tuttavia tristemente vivo (“questa para di fallire ci fa tutti sanguisughe”, Baba Jaga). Arrangiamenti sofisticati, batterie psicotiche, un flirt con l’elettronica che qui prende dimensioni più concrete e ammalianti, chitarre ora dolci ora spaventosamente distorte, synth, violini, sassofoni, a conferma di un sound polisensoriale che non accetta compromessi e frenate di qualsiasi tipo. Ad arricchirlo, collaborazioni di alto calibro, tra virtuosi musicisti (Rodrigo D’Erasmo e Fabrizio Bosso) e illustri rappresentanti dell’hip hop più ironico e amaro (Mezzosangue e Willie Peyote).
Su una strada parallela, si districa un racconto crepuscolare e vulnerabile dove le ore post-tramonto prendono infiniti significati. C’è lo sconforto e la disillusione della vita in tour nell’intro Another Day Another Sun, gli incubi più scabrosi dell’individuo nella vivida e disturbante Tre Porte di Paura (“Una vecchia ti molesta con le mani ruvide, sulla faccia ha peli irsuti e cisti purulente, intanto lega sul divano il tuo corpo inerme, cerca di afferrarti il cazzo mentre ti tappa la bocca”), le retrospezioni più autodistruttive di Nostalgia (“non trovo rimedi a sta cosa per niente, non so neanche se voglio, non so neanche se voglio vederti sparire del tutto o se questo rimorso lo voglio inciso nel cuore per sempre”), le contraddizioni sentimentali di Vai Via (“ho quello che vuoi ma non ti trovo, sento il batticuore in piazzale Lodi, due bambini intrappolati in una love story) l’amore salvifico di Vienna (“È vero io ho davvero poche cose e le proteggo, tu hai davvero troppa anima per questo mondo pessimo”), il disorientamento dato dall’inadeguatezza (Fuori Luogo).
Confermandosi una delle penne più suggestive nello stivale, Carma procede per intense metafore, tra locuste che divorano lo sterno, tunnel in cui ci si finisce per perdere, e piante che fioriscono su una scala d’emergenza, con una profondità e versatilità vocale che accoglie volentieri sia piacevoli direzioni melodiche (Vienna, Vai Via), ma rimane brutalmente urbana, sporca, affilata (In Jazzhighlanders è quasi schifata, mentre in Baba Jaga ripercorre il timbro stradaiolo di un Noyz Narcos), con qualche stoccata socio-politica (“le bombe sulla testa della gente, mama Italia ci fai schifo come sempre” in Oskar Kokoshka, o “odiamo voi porci maiali, vogliamo giustizia per Ramy” in Jazzhighlanders).
È in questo costante scontro dialettico che gli Studio Murena si immergono con spiazzante eleganza: il virtuosismo del jazz contro la “sporcizia” dell’hip hop, l’individuo contro la società, melodie evanescenti contro distorsioni violente, la rabbia contro la delusione. Se Oskar Kokoshka si trova davvero allucinato sul Danubio, di chi è la sconfitta? di un pazzo svitato che non sa vivere in società, o di una società standardizzata che non sa accogliere tra le sue braccia un artista visionario? Alla fine dell’ascolto, qualche dubbio dovrebbe esserci nato in testa.
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