Recensioni

Un pugno ben assestato nel panorama musicale italiano, dove l’autorialità rischia spesso di sbiadirsi dietro il suono patinato delle produzioni di plastica. Joanita, il secondo lavoro lungo di Joan Thiele, artista poliedrica italo-svizzero-colombiana, siamo di fronte a un lavoro che ha il coraggio di farsi sentire, e di farlo a modo suo.
D’altronde lo sappiamo già da Tango: Joan Thiele non è mai stata un’artista da consumo rapido, e con Joanita lo ribadisce con una sicurezza quasi insolente. Questo secondo album lungo, il primo interamente in italiano (al netto dell’extended play Operazione Oro), è un favoloso esercizio di stile, un manifesto di credibilità, un disco che si prende il lusso di giocare con le suggestioni cinematografiche senza mai diventare pretestuoso. È un lavoro che, pur ancorandosi al cantautorato, porta con sé un’estetica sonora ben definita, in cui il pop si fonde con suggestioni R&B, soul e colonne sonore, il tutto sorretto da un’elettricità di fondo che ricorda certi esperimenti noir di Anna Calvi o certe fughe rock di St. Vincent.
L’album si apre (La forma liquida, Veleno, Bacio sulla fronte) con un’atmosfera che pare rubata a un film di Tarantino: un mood sospeso e ipnotico, quasi un sogno febbrile latino tra riverberi e distorsioni, essenziale ma chirurgica: ogni parola è una tessera di un mosaico sonoro che mescola istinto e calcolo, crudezza e seduzione. In questo scenario da western metropolitano, fra Nancy Sinatra e Amy Winehouse, prende vita la voce di Thiele, che si muove con una naturalezza quasi spietata tra melodia e recitato. Eco, il brano presentato a Sanremo, è forse il punto di accesso più diretto all’album: un pezzo che che profuma dei remake americani delle pellicole di Sergio Leone, con un ritornello che strizza l’occhio alla scuola melodica 60s del Piper Club, con una produzione che richiama il minimalismo tagliente di un James Blake o Jorja Smith in salsa mediterranea.
Con Acqua Blu (un brano psichedelico fra Sgt. Pepper’s e le versioni 2.0 di Tame Impala o Temples) e, soprattutto, Occhi da gangster si entra nel vivo. Quest’ultimo è un duetto con Frah Quintale che gioca con lo pseudo rap senza mai scadere nel manierismo. Thiele osserva l’archetipo del gangster con distacco, lasciandogli addosso un’aura da enigma irrisolto, a metà strada fra Sam Peckinpah e Humphrey Bogart. La traccia è un capolavoro di sottrazione: il beat è asciutto, quasi svogliato, la chitarra elettrica disegna spirali di tensione mentre la voce si muove tra cantato e parlato, evocando certe atmosfere fumose alla Gainsbourg.
Pazzerella, invece, è un tuffo nel passato e nelle radici della cantautrice: interamente cantata in napoletano, è la chiusura perfetta per un album che vive di dicotomie e contrasti. Qui Thiele sembra dialogare con la tradizione senza mai piegarsi a essa, inserendo nella trama sonora un gioco di echi e riverberi che la allontana dal folklore e la porta in una dimensione sospesa tra passato e presente.
L’elemento che rende Joanita un disco realmente riuscito, però, è la coerenza della sua estetica. Joan Thiele ha studiato le atmosfere cinematiche da fonti dirette, dai B-Movie, da prospettive più “trasversali”, come quelle degli Arctic Monkeys di Mirror Ball (Dea sembra quasi citare The Car del 2022), e lo si sente: le strutture dei brani sembrano pensate come sequenze di una sceneggiatura, frammenti di un racconto più grande che si compone ascolto dopo ascolto. Il suono è stratificato ma mai ridondante, con la chitarra elettrica a fare da fil rouge tra le tracce, strumento che Thiele brandisce come un’arma, senza mai indulgere in virtuosismi inutili.
Joanita non cerca scorciatoie, non ammicca al pop da classifica, non cerca il ritornello perfetto da playlist. Eppure, proprio per questo, il disco si insinua sottopelle e resta. Un’opera densa, ambigua, elegante ma mai leziosa. In un panorama musicale italiano spesso afflitto da una prevedibilità soffocante, Joanita è un sussurro che colpisce più forte di un urlo.
Amazon
