Recensioni

Prendete gli Studio Murena e copriteli di fuliggine, sporcateli, malediteli. Fondeteli poi con Death Grips e Shabazz Palaces, sacrificate la ricca pulizia jazzistica dei milanesi, in favore di distorsioni e nervosismi di matrice noise rock e industrial. Fatelo e avrete gli Esseforte, un gruppo hardcore di Jesi (Ancona), generato nel 2022 dall’ultra underground italiano, scena dove diversi membri hanno operato, portando dalle singole esperienze un eclettismo sconfinato. Dal post punk al rock più sghembo, dal cantautorato all’elettronica, ognuno ci ha messo del suo, e si sente. Il collante di questo tappeto di influenze è Matteo Bosi, che ha lo stesso ruolo di Lorenzo Carminati nei sopracitati Studio Murena: creare il sodalizio band-rapper, complementare un ensemble che funzionerebbe sì autonomanente, ma non con questa autorevolezza e fusione stilistica. Bosi attinge simultaneamente al passato dell’hip hop (la rabbia poetica di Kaos e gli affreschi cittadini dei Colle Der Fomento per citarne alcuni) e all’avanguardia d’oltreoceano (E L U C I D, Dälek e Mc Ride dei sopracitati Death Grips ad esempio).
Dopo una manciata di ottimi singoli pubblicati negli anni scorsi, che hanno contribuito a delineare un tiro altamente sperimentale e abrasivo della formazione (spiccano Kraftrip, un omaggio psichedelico a Autobahn dei Kraftwerk, e Stanza del panico, dal clima più grezzo e hardcore), il primo tentativo di dare una trama al proprio percorso si intitola Crepa Nel Buco, un racconto ambientato nelle venature più cavernose e crepuscolari della realtà.
Il mosaico di otto tessere offre tutto ciò che la band ha a disposizione nel suo biglietto da visita: grande talento esecutivo, una penna abile e affilata, e un racconto organico e ben elaborato. Durante l’ascolto sembra di assaporare uno spleen baudelairiano, un esistenzialismo drammatico che però non riesce mai a redimersi, nemmeno in maniera effimera. Insomma il buco, simbolo astratto di malessere universale, te lo scavi, ci entri, ci vivi e ci muori, non puoi fare altro. Così dice la la title track, un inno alla corruzione spirituale, e materiale, e alla perdita delle speranze, dove un canto dissolto litiga con il timbro graffiante di Bosi, il tutto in un loop che ha poco di cullante e ottimista. Muovendoci nell’ascolto, si spazia molto consapevolmente tra un putridume sintetico invaso da manipolazioni e sample (Incipit) e un rap macchiato dal trip hop, à la Lou X (Dopo Di Me), tra intriganti suggestioni techno in Tarlo, e un industrial caotico e irritato in Tic Toc, dove grida, distorsioni e sovrapposizioni creano il momento più straniante dell’operazione. Ad abbassare le frequenze ci pensa Ferro Pieno, lo squarcio più melodico e fragile della composizione, dove anche Bosi si concede un timbro più pacato e meditativo, ma non per questo meno urgente e pessimista. La conclusiva Solitude invece, inizia come un chillout spiritico e distaccato, salvo poi evolversi tra sovrastrutture punk e hardcore in un climax inebriante.
In Crepa Nel Buco gli Esseforte dimostrano di aver fatto bene i compiti a casa, reinterpretando con personalità le avanguardie più industriali della scena hip hop. Il disco è l’ennesima dimostrazione che fondere esperienze musicali distanti tra loro è un’operazione saggia se affidata a mani abili. Ora sta al gruppo trovare la sua strada, evolversi e arricchire il suo messaggio. Intanto, il sottobosco italiano ha nuovi personaggi da tenere d’occhio.
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