Recensioni

Semplicità melodica, situazioni minime, accompagnamenti cristallini guidati dalla chitarra, testi esili e disimpegnati, ritratti quotidiani nelle pieghe di temi amorosi: questa la ricetta dell’eterna giovinezza dei Kings of Convenience, che trova piena espressione in questo Quiet Is the New Loud.
Alla ricerca di un idillio semplice, di un focolare domestico, dell’imprevedibile mondo dei sentimenti nel prevedibile vivere di piccole cose, l’album è una testarda ricerca di verità nella semplicità: una raccolta di quadretti animati da una vena poetica naif, che non sempre riesce ad andare oltre l’immaginario plastico e sempreverde ikeano. È un nice design for everyone, piacere estetico immediato appeso a una vite a incastro, quello che si prova respirando con lo stomaco (gonfiandolo e riempiendolo d’aria) le melodie trasognate di molte canzoni; eppure, espirando, in quell’attimo di svuotamento, fanno capolino, come flebili segnali di sirene, momenti di ammaliante dolcezza. Episodi che andrebbero estrapolati e gustati a parte, piccole molliche dal gusto salato da assaporare quietamente, come una tinta di tromba sopra un contrappunto di chitarra, un violoncello che si insinua nella melodia, spazzole jazzate, intrecci di corde che si producono in sinuose bosse; piccoli attimi sonori che cullano, accarezzano e distraggono dal tormento del quotidiano vivere.
E nonostante tutto, non sempre si riesce ad oltrepassare lo steccato di un’adolescenza inquieta: se Winning a Battle, Losing the War, tra delicati arazzi in un discreto aprirsi di più voci, parla con garbo e sensibilità di un amore non corrisposto (Even though I’ll never need her / even though she’s only giving me pain), fino all’auto-umiliazione (I’ll be on my knees to feed her / spend a day to make her smile again), Toxic Girl si rivolge al classico teenager che s’innamora della ragazza che va con tutti, ma chiaramente non con lui (She’s intoxicated by herself / everyday she’s seen with someone else / and every night she kisses someone new / never you).
Allo stesso modo, il classico in miniatura I Don’t Know What I Can Save You From descrive i pensieri di una telefonata da parte di una vecchia fiamma che si ripresenta al telefono a notte fonda dopo tre anni di silenzio, tra un riff acustico alla Johnny Marr e bei ricami strumentali nella parte centrale; ma il piccolo gioiello dell’album è Failure, forte di una memorabile melodia, di ottime dinamiche tra gli essenziali strumenti coinvolti e di un altrettanto efficace testo, tra l’estetica truffautiana della strofa (Using the Guardian as a shield / to cover my thighs against the rain / I do not mind about my hair /Your jacket may be waterproof / but I know the moment you get home /you’re gonna get your trousers changed) e un ritornello tra i migliori dei Nostri (Failure is always the best way to learn / retracing your steps untill you know / have no fear your wounds will heal).
E se i limiti sia stilistici che poetici cominciano a farsi davvero evidenti in The Weight Of My Words, l’ermetica The Girl From Back Then (I sat down and said / “I don’t want to suffer. /But she told me /she had nothing to offer / no more) non fa di meglio; e quando le immagini semplici di una lei che sta per mollare lui tra le mura di un appartamento di Leaning Against The Wall (Your eyes are cold / know you’ll tell me all / Not to fall /I lean against the wall/I’m on the floor/not listening anymore/ I should have known/ the things to which you’re prone) risollevano un po’ gli animi, ecco il trittico soporifero e poco significativo di Little Kids, Summer On The Westhill e The Passenger (attraversata da un comunque interessante fraseggio di chitarra) scorrere via senza lasciare il segno.
Le metafore geometrico-esistenzialiste di Parallel Lines (Parallel lines, move so fast / Toward the same point / infinity is as near as it is far) chiudono l’album tra malinconici e minimali interventi di piano, lasciando l’ascoltatore gonfio ma non sazio, come se il raffinato menu proposto dai Kings of Convenience, alla fine, seppur ineccepibile nella forma, risultasse carente proprio nella sostanza.
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