Recensioni

6.6

Dodici anni di silenzio per un duo che attraversò gli anni Zero sopravvivendo al New Acoustic Movement – di cui erano i principali alfieri – grazie a tre album in otto anni nei quali tutto sommato non accusarono cedimenti, mantenendo la barra dell’ispirazione e accontentandosi di poche variazioni sul tema. Il fuoco basso della loro rivoluzione a tinte tenui riscaldò i cuori più morbidi della platea alternativa da Quite Is The New Loud (2001) a Declaration Of Dependence (2009), toccando forse lo zenit con Riot In An Empty Street (2004), non a caso il loro disco più venduto (attorno al mezzo milione di copie). 

Diciamola tutta: un po’ per l’assenza prolungata (eufemismo) e un po’ per i progetti collaterali (soprattutto le escursioni electro-pop e reggae di Erlend Øye), avevamo finito per dimenticarci di loro. Diciamola chiara: non è che ci mancassero troppo. La loro parabola, mai realmente cruciale per le sorti della popular music, era sembrata giunta a naturale conclusione. Cos’altro avrebbero potuto dare o dire col loro folk garbato, con l’arma convenzionalissima di quell’intreccio tiepido di voci, con le loro canzoncine agrodolci prive di additivi artificiali?

All’epoca avremmo risposto: più nulla. Oggi, anno 2021, se ti interroghi sul perché del loro ritorno, non trovi che una spiegazione: avevano da riproporre esattamente la stessa ricetta. Non è questione di forma, ma di tempo. Tempo che ha reso i norvegesi due (morettianamente) splendidi quarantacinquenni (circa). Tempo che ha visto imporsi le piattaforme di streaming coi loro cataloghi ipertrofici e le loro tecniche algoritmiche di seduzione. Vuoi perché la nostalgia pompa (e i ventenni che nel 2001 s’innamorarono di Failure oggi iniziano ad avvertire con forza il fiato della nostalgia sulle caviglie), vuoi perché le canzoni dei Nostri obbediscono a molti requisiti da playlist-pop (concisione, attitudine melodica, piglio carezzevole, testi disarmanti con licenza di intrigare…), o infine vuoi che quel po’ di talento tutto sommato c’è ancora, ecco che Peace Or Love si propone come un credibilissimo album del 2021.

Il registro è più o meno il solito, sfrondato dalle euforie pop con cui avevano tentato di variare il menù, quindi sintonizzato su frequenze folk che aggiornano – semplificandolo – il verbo Simon & Garfunkel (Ask For Help, Comb My Hair), colto casomai da ricorrenti febbricole bossa (Angel) e guarnito da un sobrio utilizzo degli archi (Washing Machine). Affiora qua e là un senso di elegante pacificazione, che fa somigliare il tutto a un ammiccamento agrodolce o addirittura giocoso (Fever, Rocky Trail), perciò il rischio che l’ascolto scivoli su modalità dopolavoristiche si fa concreto. 

Ma Erlend e Eirik hanno qualche freccia più oscura in faretra, che affiora ad esempio nell’ombrosa Killers e nel disincanto sperso di Songs About It. Tu chiamala se vuoi maturazione, che porta con sé un inevitabile disincanto. Sia come sia, s’avvertono fragranze inedite, alla cui presenza potrebbe avere contribuito il soggiorno siciliano, a Siracusa per la precisione, dove Erlen risiede e dove ha persino fondato una band (La Comitiva). Da qui a parlare di mediterraneità ce ne passa, eppure vanno segnalate fragranze dolciastre (la toccante Rumours) e un’indolenza da controra (come nella trepida Love Is a Lonely Thing, ospite una fatale Feist, presente anche nella bossa liofilizzata di Catholic Country, scritta assieme al gruppo folk inglese The Staves) che ispessiscono la grana, suggerendo coordinate più complesse e profonde di quanto ricordavamo.     

Pace o amore, quindi? I Kings Of Convenience sembrano risolvere il dilemma nel momento stesso in cui viene posto, affrontando con disinvoltura nordica e morbidezza tropicale la perturbazione che si agita dentro. Che c’è, inevitabilmente, anche se da fuori sembra tutta disinvoltura e calma olimpica da figli di un welfare avanzato. Detto questo, è chiaro che la partita si gioca in un contesto amichevole, raramente i tackle vanno a fondo e le caviglie ne escono senza lividi significativi. Questi due strani compagni di viaggio procedono al piccolo trotto, consapevoli di una direzione che può prescindere tranquillamente dal traguardo. È la loro specialità. 

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