Recensioni

Versus. Ecco la sfida dei Kings of Convenience. E quale sfida più grande del confrontarsi con quello che è l’esatto opposto dell’etica dei due norvegesi, ovvero l’elettronica? Naturale vs artificiale, acustico vs sintetico, spontaneità di esecuzione vs manipolazione, e così via.
Oppure, cerchiamo di vederla diversamente: l’opera del duo si strutturerebbe da sempre su una sorta di ossimoro “genetico”, aspirerebbe cioé ai simbionti pop-funky-soul alla Royksopp (tanto per rimanere dalle loro parti) e su di essi modellerebbe la propria sensibilità, salvo poi forzarla entro le forme e i modelli che ben sappiamo (l’apoteosi acoustic-folk Simon & Garfunkel). Questa proprietà omeopatica spiegherebbe molto del loro fascino, la qualità intrinseca che li distingue dal resto della truppaglia NAM.
Sia come sia (che voglia cioé azzardare il contrasto tra opposti o svelarne l’intima coincidenza), l’operazione Versus appare tanto azzeccata quanto furba: questo disco, uscito sull’onda dell’inaspettato (ma siamo sicuri?) successo di Quiet is the new loud, è infatti una raccolta di remix da quello ad opera di maghi europei della consolle quali Royksopp, Four Tet, Ladytron, Andy Votel, Bamboo Soul, Alfie, David Whitaker ed Erot. A partire dagli U2 più danzerecci passando per i Radiohead (si pensi all’abortito progetto di un remix integrale di Ok Computer da parte dei Massive Attack), fino ad arrivare alle fusioni di Bjork, Chemical Brothers e Notwist, il rock non è certo nuovo a episodi del genere. D’altronde la serpe dell’elettronica che cova in seno ai due ineffabili nerd norvegesi si paleserà ben presto, pizzicando il buon Erlend Øye il cui “outing digitale” Unrest alternerà con nonchalance la cameretta al dancefloor.
Una rapida scansione della scaletta: I Don’t Know What I Can Save You From acquista in leggerezza per perdere in carica emotiva in un remix decisamente bruttino di Royksopp; il trattamento di Four Tet a The weight of my words conferisce al brano una personalità impensabile, trasfigurandolo in un ipnotico mantra; The Girl from Back Then riceve soltanto una spolverata da Riton, che le conferisce un’aria Style Council; echi del Weller più pop sono più che evidenti anche nel rimaneggiamento, ad opera di Erot, di Gold for the Price of Silver (inedita su long playing), dall’andamento plastic soul che si perde in ingenuità. Winning a Battle, Losing the War, con qualche accorgimento strumentale in più (ottime divagazioni sul finale), esce fuori quasi migliorata, d’altronde è affidata alle esperte mani del guru inglese Andy Votel, già con Badly Drawn Boy, e si sente.
Ma se il trattamento elettronico rende di certo la musica dei Kings of Convenience aliena (intesa come qualcos’altro da quello che è nata per essere; il remix Ladytron di Little Kids è l’emblema di questo processo), Versus è una scommessa vinta solo metà. Vale a dire, non conoscendo gli originali queste melodie possono anche ambire ad un considerevole livello di carineria, con quella patina di elettronica anni ’80 che le ricopre, con quei rigurgiti pseudo Bacharach (la Toxic Girl rivista da David Whitaker), con quella disinvoltura inquieta e slittante (la nevrastenica Failure di Alfie), con quell’impalpabile mestizia stemperata tra cotillon versicolori (il cartiglio latino di Leaning against the wall nella versione di Evil Tordivel) e ologrammi bristoliani (in quella di Bamboo Soul).
Tuttavia, si continua a rimpiangere di non avere sul piatto un disco dei Notwist. Ovvero, fatte salve poche eccezioni che fanno testo a sé, i risultati raramente entusiasmano, finendo con lo sbandierare e applicare espedienti e cliché fin troppo noti, quasi fosse una produzione estetica di seconda mano, oppure – se preferite – una seconda mano di vernice su una tela che non abbiamo più voglia di appendere.
In conclusione, sono preferibili le versioni originali, col loro esile, irreprensibile, tedioso e intrigante “out of time”.
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