Recensioni

Cinque anni son trascorsi da Riot On An Empty Street, una camera di decompressione – o decantazione, fate voi – più che ragguardevole, durante la quale il buon Erlend Øye si è dilettato coi suoi Whitest Boy Alive, dimostrando così tanta convinzione che i Kings Of Convenience sembravano oramai estinti assieme allo stemperarsi ineluttabile del NAM. Invece, rieccoli. Più soffici e “quieti” che mai nel qui presente Declaration Of Dependence (dipendenza l’uno dall’altro? I KoC come patologia artistica?), mossi da un estro bossa cartilaginoso (e in che altro modo te l’aspetti la bossa in mano a dei norvegesi?) scosso al più da un sobrio sussulto swing (come nel grazioso singolo Boat Behind). Quanto al resto, li ritrovi più che altro dediti alla messinscena da nipotini minimali di Simon & Garfunkel (Second To Numb è da flagranza di reato).
Dominano – ça va sans dire – le chitarre acustiche, poi c’è il piano che ribatte quando occorre, un violino a scompigliare la bonaccia ritmico/armonica, ovviamente le due voci e: nient’altro. Un’essenzialità che possiede un suo speso specifico. Che tenta di importi il proprio codice, t’invita a trascorrere tre quarti d’ora a pane ed acqua ché non è il caso scordarsi il sapore né dell’uno né dell’altra. E’ una questione di particelle elementari. Di riappropriarsi del cuore delle cose. Rallentare, quindi. Smorzare i volumi. Togliersi l’armatura, il casco, il visore virtuale. C’è la possibilità di un’isola, nel cul de sac emotivo di questi anni sovraccarichi di tutto.
Proprio per questo senso di frattura e distacco dal frastuono generale, per l’ostinazione con cui tentano di definire i contorni di una “nicchia mainstream” (in ossequio alla loro ben nota predilezione per gli ossimori), e per come sembrano spogliarsi dal desiderio di prima linea annidato nei precedenti lavori, Declaration Of Dependence potrebbe essere il loro disco più rappresentativo. Peccato che non azzecchino troppe belle canzoni: quattro sono sopra la media (Rule My World, Me In You, 24-25, Riot On An Empty Street) e poi tanta aurea mediocritas.
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