Recensioni

7.1

Padroneggiare un linguaggio (peculiare o meno) è anche un atto politico, perché un linguaggio è un dispositivo che decifra, decodifica, cracca, interpreta. Attraversa la pelle della consuetudine e dei tool mediatici per raggiungere il loro cuore nascosto. Svela cornici concettuali, il riflesso sfaccettato e oscuro dei target, lo snodarsi invisibile ma invasivo delle ideologie. Probabilmente è sempre stato così, ma oggi è vero ogni giorno di più. 

Va aggiunto che un linguaggio non puoi conservarlo sotto spirito: deve respirare, mutare, casomai cedere il passo e accomodarsi nel catalogo di ciò che ha dato e (quindi) è dato. Non dovrebbe affatto stupire né scandalizzare insomma il tentativo di provare altro, di passare oltre. Eppure, sembra che per molti ciò costituisca qualcosa di imperdonabile. Vedi il caso di Kim Gordon: perché diavolo dovresti obliterare il tuo passato di vocalist e bassista (di rocker, per farla breve) in una della band cardine dell’intera storia del rock per cimentarti in questo… qualunque-cosa-sia? A settant’anni suonati, oltretutto?

Due anni fa il secondo album a proprio nome, The Collective, provocò reazioni assai contrastanti. Nelle critiche di quanti lo detestarono (anche visceralmente) affiorava più o meno sempre e più o meno implicita la postura mentale appena descritta. Come se, ristrutturando il quid espressivo, Gordon avesse rotto qualcosa di cruciale lungo la filiera tra la propria musica e le aspettative del pubblico. Una rottura evidentemente poco digeribile, per molti – appunto e addirittura – imperdonabile. D’altro canto, tra le righe di molte recensioni favorevoli (a tratti spavaldamente favorevoli) si avvertiva un surplus di positività come portato automatico del “coraggioso” cambiamento di Gordon, una lode alla sua sacrosanta avventatezza imbevuta di strisciante contro-ageismo. Vorrei, per quanto possibile, evitare entrambe le impostazioni. Dimenticarmi (quasi impossibile, ok) di Gordon per ciò che è stata. Focalizzare su questo PLAY ME che del predecessore costituisce una sorta di messa a fuoco.

Dodici pezzi per mezz’ora (scarsa) di durata complessiva. Canzoni asciutte. Essenziali. Raffiche brevi che mirano a un bersaglio mobile. Spesso fanno centro e talvolta lo mancano: di poco, di abbastanza, ma non è questo il punto. Il punto è il loro scivolare aerodinamico verso l’obiettivo, la loro intenzione di stabilire un contatto conflittuale col qui e ora coprendo la distanza più breve possibile tra impatto sul e percezione del reale. Per incrinare la maledetta scorza tra reale e realtà. Lo fa – prova a farlo – con testi frantumati, quasi fossero un cut-up del quotidiano mediaticamente assediato. Con quella voce che ben sappiamo. Con una pasta sonora che confonde le provenienze nel momento stesso in cui dissemina indizi di origine. Hip hop, industrial, noise, trap, post-punk, techno, trip-hop, dub: forme che rifiutano una forma sedimentata, solida, per liquefarsi un attimo dopo (o un attimo prima?) avere attivato la spia della riconoscibilità. Spettri che abitano l’immaginario, un’infestazione transitoria del presente. Un’infezione.       

Tutto ciò è credibile? Nel complesso sì, lo è. Anche tenuto conto della lunga storia di lei, del suo appartenere a un frangente storico (ehi, boomer!) in cui tattiche e strategie della cultura alternativa erano radicalmente diverse, a partire dal senso stesso del termine “alternativa”. Un vantaggio le arriva appunto dalla voce: inconfondibile per fraseggio e timbrica, certo. Tuttavia, una voce che sembra non appartenerle del tutto. E – sapete cosa? – è sempre stato così. Quella di Gordon è una voce sbalzata da lei. Come se accadesse dopo uno spasmo, dopo l’esitazione dovuta all’attrito tra consapevolezza e spaesamento. È la voce di chi è stato investito da un’onda d’urto e reagisce con rabbia e spavento, l’esclamazione ansiosa e nevrotica di chi si sente braccato da un predatore indefinibile, accerchiato da una minaccia che non riesci a inquadrare. La voce di Gordon è sempre stata intrusa, glitch anomalo pure in quel crogiolo di strategie disomogenee ma con obiettivi ben delineati che era il rock alternativo tra 80s e 90s.

Oggi la ascoltiamo esposta e sferzante, ovvero in rotta di collisione col presente, ed è solo perché – col non piccolo aiuto di Justin Raisen, già produttore per Yves Tumor, Charli XCX, Drake e Kid Cudi tra gli altri  – ha saputo disfarsi della scorza indie-noise che al contrario le sarebbe gravata addosso come un’armatura, pittoresca ma pesante, buona al più per la museificazione retromaniaca. Invece, opportunamente detournata, Kim Gordon attraversa lo scenario sonoro contemporaneo come un’increspatura nel tessuto mediatico, certo non con la forza di un taglio o di uno strappo, semmai la diresti soltanto una piega, ma abbastanza incongrua da scompaginare per un po’ il quadro d’insieme. 

Il disco si apre con l’hip hop quasi (un “quasi” da sottolineare più volte) old school della title track, sgranando a pennellate laconiche modi e moduli che declinano gli status quotidiani (“Rich popular girl/Villain mode/Jazz in the background/Chillin’ after work”), per approdare infine al pastiche vagamente Xiu Xiu (in bilico tra hip-hop, trap, post-punk e industrial) di ByeBye25!, che riprende la quasi omonima traccia iniziale di The Collective virando però su un taglio più brusco e apertamente politico  (“Non-conforming/Sex/Hate speech/Climate change/They/them/Tile drainage/Trauma/Privilege/Uterus…”).

In mezzo, la scaletta sciorina una misticanza mutante, da cui spicca la filastrocca post-wave spiraleggiante e gassosa di Girl With A Look, il canto che cavalca uno struggimento straziato (mi ha fatto venire in mente addirittura Robert Smith) e il testo che va in tackle sulla caviglia della questione di genere, spaccando l’osso fino al midollo della stortura culturale (“You’re a boy with a hook/I’m a girl with a look”). A ruota, No Hands fa palpitare fantasmi Suicide in una fanghiglia techno-wave angolosa mettendo nel mirino certe prassi allucinate al tempo dell’higher than life, mentre Black Out rovescia in apprensione le strategie di aggressione trap (“Corporate rule, you be the clown/In all this red, white, and blue”, oppure “AI might be the new season’s flu”, quindi con sottinteso sardonico “You don’t trump me, I trump you”).

Va detto che non sempre i conti tornano: già Dirty Tech rilascia molecole dub sclerotizzate wave e spaesate hip-hop girando un po’ pigramente attorno al tema dell’ipnocrazia che c’incatena (“Can’t look away, away, can’t look”), così come Subcon confeziona un ordigno trip-hop tumefatto imbevuto di oscurità contundente un po’ a gratis (altrettanto telefonata è l’invettiva a fari bassi del testo: “House is not a home, it’s a dream, fuck”, oppure “You wanna go to Mars and then what?”), di cui le successive Post Empire e Nail Biter costituiscono appendici convinte ma senza slanci. 

Pure quella Busy Bee che vanta il featuring più chiassoso (Dave Grohl ai tamburi) non convince granché, affidando l’anti-flow ansiogeno di Gordon al dinamismo sfarfallante del drumming tra ghigni industrial di chitarra, senza però azzeccare la chimica esplosiva che evidentemente insegue. Comunque sia, anche in questi passaggi a bassa quota di ispirazione l’ex-Sonic Youth ha il merito di restare sempre in parte, di non sembrare inadeguata o – peggio – affetta da un raptus di supergiovanilismo. 

Al contrario, non smette mai di condurre il gioco, di farsi carico di ogni parola, nota, beat, suono che guizza liquido o fosco o nodoso. E quando fa centro, azzecca più o meno tutto. Come in Not Today, col suo passo dritto quasi krauto tra chitarre spettrali su cui si snoda una melodia claudicante, languida, ferita: ne esce una congettura post-punk malinconica e programmaticamente volatile, come una fuga di gas refrigerante nei circuiti della macchina ostile (“Never mind the mess, it’s just my dress”).

Nel complesso è un buon disco, terzo capitolo di una carriera solista sulla cui capacità di significare in pochi, credo, avrebbero scommesso. Invece eccola qui, Kim Gordon, ingranaggio ancora anomalo nel cuore di un meccanismo che tutto normalizza, uniforma, prevede, ingabbia. Kim che apre botole nel proprio linguaggio e – oplà – non la vedi arrivare, né andarsene. Imprendibile. 

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