Recensioni

Il mondo è impazzito e Kim Gordon resta una bussola per orientarvisi, il cui ago – magnetico – non può comunque sia che schizzare con altrettanta imprevedibilità, captando gli input attorno a noi. È una certezza perché è una leggenda, è una leggenda perché è un’anti-icona. Come titolo del suo nuovo album, il secondo a suo nome, ha scelto The Collective – prendendolo parzialmente in prestito dal romanzo La casa di marzapane di Jennifer Egan, sequel del piccolo classico Il tempo è un bastardo – proprio adesso che non esiste più alcuna comunità e tutti siamo soli. Il collettivo, caso mai, è dato dalla somma delle tessere che ogni individuo assembla in puzzle auto-promozionali. Lo sguardo è indubbiamente social-e. L’immagine di copertina è una foto scattata a un live dei Body/Head, avant-progetto portato avanti con Bill Nace attualmente in stand by, e pronta per essere postata, condivisa, viralizzata.
Che poi, Gordon ha fatto parte di uno dei più importanti collettivi alt-rock di sempre e in fondo, in quel pezzo di storia chiamato Sonic Youth, ha rappresentato l’elemento più moderno e obliquo in line-up. Basti pensare a un brano noto come Kool Thing, che rivelava una passione per l’hip hop, quello degli anni ’80, mai venuto meno, anzi tuttora tra i principali spunti creativi. Così, mentre gli ex sodali si muovono lungo traiettorie solistiche decisamente più prevedibili, almeno all’interno della loro storia personale, lei continua a essere uno degli elementi più moderni e obliqui in assoluto, in circolazione là fuori.
Come l’eccellente No Home Record del 2019, pensato durante spostamenti in auto, The Collective è stato registrato nella città natale di Gordon, Los Angeles, ed è stato realizzato assieme alla spalla principale Justin Raisen (Lil Yachty, John Cale, Yeah Yeah Yeahs, Charli XCX, Yves Tumor), con il contributo di Anthony Paul Lopez, prendendo più che mai il via da intuizioni in primis ritmiche, alle quali si adatta una voce irresistibilmente familiare che predilige declamazione e spoken word. L’approccio visuale, nel disporre i suoni e le parole in flusso di flash, rispecchia un background arty che, dagli studi universitari della giovinezza, è sfociato in un’autentica carriera parallela, tanto che The Collective si collega all’omonimo quadro esposto a una mostra newyorkese.
Gli undici brani in scaletta risultano più disturbanti, cupi, sincopati e noisey dei suoi immediati predecessori, in uno stordente vortice post-metropolitano di no wave, elettronica e sperimentazione. Vale la pena riportare ciò che ha dichiarato la diretta interessa: «In questo disco volevo esprimere l’assoluta follia che percepisco attorno a me in questo momento. Questo è un momento in cui nessuno sa veramente quale sia la verità». I fatti sono stati sostituiti da distorsioni percettive a proprio uso e consumo, se non direttamente indotte. Quando va bene, a vigere è la paranoia. Quindi: «Per calmarsi, sognare, evadere con la droga, i programmi TV, lo shopping, Internet, tutto è facile, agevole, conveniente, brandizzato. Tutto ciò mi ha fatto venire voglia di destabilizzare, di seguire qualcosa di sconosciuto, forse anche di fallire».
Non ha fallito, Gordon, no. The Collective è un’altra vittoria e scortica come scortica la vita reale, day after day. Il primo singolo BYE BYE, talmente rappresentativo da collocarsi all’inizio dell’ascolto, capace di varcare qualsiasi portale generazionale spopolando addirittura su TikTok, è una lista di oggetti da mettere in valigia prima di partire, dal dentifricio al mascara, beffardamente anti-capitalista, su beat dub-trap e dissonanze rumoriste, a simulare l’odierno sovraccarico sia commerciale sia sensoriale. Dal capitalismo fagocitante muove le mosse anche il secondo singolo femminista I’m A Man, che riflette invece «sul ruolo perduto della “mascolinità tradizionale”» e lo fa con groove industrial-lo-fi in ebollizione e sagace spirito noir nell’adottare l’ottica di un personaggio-uomo che non vuole sentirsi definire tossico: «It’s not my fault I was born a man», «Don’t call me toxic / Just ‘cause I like your butt». I clip so 90s che accompagnano questi due estratti vedono il coinvolgimento della figlia Coco Gordon Moore, nel primo caso ad aggirarsi nei panni di una ladruncola tra cabine telefoniche, food market e motel lynchiani, nel secondo caso giocando nel complesso con un immaginario rock volutamente persino auto-ironico.
All’interno di un lavoro che origina dagli stessi controsensi della comunicazione contemporanea, i brani parlano a volte in autonomia: I Don’t Miss My Mind, It’s Dark Inside. Detonanti, ma da perdercisi dentro. Di impatto immediato, ma altamente concettuali senza divenire sacerdotali. Psychedelic Orgasm si fa un giro per la Città degli Angeli in trip Harmoy Korine saltellando tra patate in vendita a 20 dollari, Shelf Warmer traffica con i dolori sentimentali delle date di scadenza da souvenir store, The Believers è pura frenesia e Dream Dollar cala il sipario su clangori di Suicide da overdose di marchi. Kim Gordon ci dice che è la più fresca dei veterani e la più esperta della gioventù, sonica e non. Prendere e portare a casa. CIAO CIAO a tutt*.
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