Recensioni

Una bella sorpresa. Certo, fa un po’ ridere sentir parlare di sorpresa per un’artista come Kim Gordon. Non è che io abbia dormito negli ultimi quaranta e passa anni (l’ho anche fatto a volte, ma qui il discorso è un altro)… È solo una questione contingente: ho apprezzato e condiviso quasi punto per punto la radicalità delle scelte di un disco come The Collective, che enfatizzavano quelle del precedente No Home Record (se mi avessero raccontato qualche anno fa che un qualsiasi musicista di uno tra i miei gruppi preferiti si sarebbe misurato con una benché minima traccia di trap – c’è anche questo in The Collective, oltre a molto altro – avrei fatto come minimo una faccia strana); solo, non mi sentivo in sintonia con certe, pure legittime, punte di entusiasmo nei suoi confronti (dell’album sia chiaro, comunque solido e con idee ben precise). E temevo ingenuamente la resa live – pensando che si tratta di un lavoro fondamentalmente “di studio”.

Non vedevo in concerto la cara Kim da un po’ (2013,i Body/Head al Bloom di Mezzago) e per le anticipazioni mi ero limitato a un paio di setlist che disegnavano un concerto ricalcato su The Collective, con i suoi brani eseguiti addirittura in ordine di scaletta. Mi sono tenuto i dubbi immaginando qualcosa di diverso da quello avrei poi effettivamente visto. Pensavo che il palco mi avrebbe comunque chiarito le idee. E lo ha fatto. Eccome se lo ha fatto.
Merito di Kim. Merito anche delle tre musiciste che l’accompagnano: la batteria sempre live, il basso e la chitarra suonati (anche con l’ausilio di un ultra-sonico cacciavite) insieme ai necessari sample e strumenti elettronici danno a quei pezzi – I’m The Man o It’s Dark Inside per citare i miei preferiti, ma vale più o meno per tutti – una perentorietà e una incisività… una dimensione che non era arrivata completamente con il disco. Dopo che l’energico set elettronico della polacca Natalia Zamilska ha fatto ballare il pubblico dell’Alacatraz, è un videoclip a introdurre l’ingresso di Kim e della sua band – da quel momento lei tiene saldamente in pugno lo show e conquista tutti quanti.

Non solo l’intera performance è intensa, aggressiva, serrata, ma finisce addirittura (nei bis) con un crescendo di grinta e di energia: Hungry Baby, a suon di un fragoroso industrial-rock, scatena il pogo nella piccola ma compatta folla del locale; la chiusura finale è affidata a Grass Jeans, l’altro brano più “rock” in scaletta, e anche uno dei più impegnati – un argomento come la libertà delle donne e il diritto al controllo sul loro corpo è sempre più urgente oggi, anche in tema di elezioni americane alle porte, e infatti Kim si sente in dovere di introdurlo con un piccolo discorso.
È bello quando i tuoi beniamini ti sorprendono addirittura in positive – oppure ti ricordano semplicemente perché sono tali. Kim Gordon stasera ha fatto entrambe le cose.
Foto gallery di Andrea Leone.
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