Recensioni

No Home Record come il disco di una donna che a circa 60 anni si è trasferita nuovamente a Los Angeles dopo decenni di residenza a New York. È qui che ha frequentato la University High School e in seguito l’Otis Art Institute, ed è da queste parti che si è sviluppata una forte e longeva passione per le arti visive a cui è tornata in questi anni post Sonic Youth. Il duo Body/Head con Bill Nace si è nel frattempo messo nel mezzo come agile piattaforma, l’unica possibile e gestibile per sua stessa ammissione: un progetto performativo, senza regole, quello che ci voleva per portare a casa senza patemi tre dischi di cui ultimo, The Switch, a non sfuggire alla regola del prendere o lasciare. Del resto per la Gordon di oggi, e forse anche un poco per quella di ieri, la vita segue il naturale corso dei tanti eventi che inevitabilmente capitano a una persona impegnata a così tanti livelli, moda compresa, e Don’t Worry, He Won’t Get Far On Foot di Gus Van Sant compreso. Le cose capitano come capita di essere una ragazza in una band, di accendere i fari a progetti indie noise come Free Kitten e più di recente Glitterbust.
E così oggi se ne accende uno più luminoso, un bel riflettore. No Home Record non c’entra nulla con il film di Chantal Akerman (le piaceva il titolo, non ha visto la pellicola), è un disco avant “pop” scritto mentre girava in macchina per LA come Cliff Booth, una prova un poco elettronica e un poco elettrica che sembra fatta da una ventenne in fissa tanto con vecchie glorie del rock come Fall, Arto Lindsay, Stooges, quanto con gente altrettanto senza compromessi come Yves Tumor e Death Grips. Come quegli altri, è un disco sbocciato da una serie di circostanze non cercate e poi mezze volute. A volerlo poi era un altro lui. «In California quando fai un disco ti prendi un produttore», scrive beffarda la Gordon, che a livello di promozione ci sta dando parecchio dentro, alla faccia delle cose che nascono per caso. Il produttore si chiama Justin Reisen ed è uno che ha lavorato con una forbice bella divaricata di personaggi che vanno dal resident losangelino Ariel Pink a Charli XCX, che nella città degli Angeli s’è comprata una bella villa che ci piace immaginare non lontana dalla Cielo Drive rievocata da Tarantino. Comunque sia, è lui a cercarla e a chiederle dei pezzi, a fornirgliene di suoi, a darle le basi sulle quali poi sperimentare, mettere dei bei bassoni qui e aggiungere filtri e spazialità al suono di là. Viceversa, con la Gordon tutto parte dai testi, la musica poi s’incastra di conseguenza, e quando il mix tra i due elementi è sul piatto, da fare c’è solo un poco di editing, proprio come quando scrivi i libri, con la differenza che il suo correttore di bozze ci ha messo anche parte della musica.
Murdered Out, primo vagito dei due, è nato così ed era uscito già nel 2016. Avrebbe potuto rimanere un singolo spaiato, una goccia d’acqua nel mare magnum di una variegata attività musicale (e non) e invece le cose hanno preso una bella piega, diversa da quelle che hanno preso i sopracitati progetti e pure da quella pepata autobiografia che nel frattempo la Nostra ha licenziato. Girl In a Band è quel libro in cui, oltre a sviscerare nella sostanza il titolo che lo racchiude, la Gordon gliele canta a dovere a Madonna, Lana Del Rey ma soprattutto a lui, Thurston Moore. Banalmente, la coppia è scoppiata con lui che se la faceva con la segretaria e glielo ha stupidamente nascosto, e nemmeno per un giorno o due. Molto di più. E sono proprio tutti questi dettagli, silenzi, sms spiati, ecc, che siamo contenti di non trovare in No Home Record, che anzi, al contrario, è un disco che esce dalle casse con la naturalezza di una produzione giovane e contemporanea, ma nello stesso tempo suona come dovrebbe suonare un disco di una cazzuta signora no wave della prima ora.
Capita così che Sketch Artist sia un brano dalle tinte dark/noir agitato da sincopi e strappi industrial Hip Hop. Che Air BnB abbozzi una critica a questi New Values bazzicando la no wave degli esordi e passando per i Contortions e l’avant funk più destrutturato (lei lo ha scritto con in testa Arto Lindsay ma tant’è). Che Hungry Baby affondi la lama di un boogie allucinato, un po’ Gun Club, un po’ noise, e che la sopracitata Murdered Out flirti un poco con i Nine Inch Nails per non dire col crossover. È un disco vivido più che vivo, No Home Record, da mettere e rimettere con la testa sgombra, con la musica a riversarsi naturalmente sui sensi, vista compresa; una prova che sembra a picco sulle viscere dell’esistenza (Get Yr Life Back), proprio come le migliori dei Suicide (Cookie Butter), ma anche attraversata da una forza immanente (Don’t Play Back).
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