Recensioni

Nel 2024 la cultura hip hop si sta svegliando. Non solo perché nella scena troviamo diversi esponenti che la omaggiano e difendono a spada tratta (Denzel Curry, Joey Bada$$, Griselda, Vince Staples…), ma anche e soprattutto a causa del ritorno totalizzante del suo paladino: Kendrick Lamar. Undici anni dopo quella celebre strofa araldica di Control, il rapper di Compton è tornato a imporsi sull’intera industria musicale, prima con il featuring trionfante in Like That di Future (“fanculo i big three, sono solo io il migliore” grida, posizionandosi sopra i colleghi J.Cole e Drake), poi con l’iper-pubblicizzato botta e risposta con Drake che ne è conseguito.
Il dissing sembra aver rivelato una spaccatura dualistica nella scena, dall’impatto gigantesco: cultura contro industria. È sotto occhi di tutti che Lamar sia il più importante in ambito culturale, sempre travolgente, impattante e passionale, mentre la popstar canadese sembra preferire numeri, Hollywood e vita edonistica, dando alla sua musica uno stampo marcatamente più strumentalizzato. Il primo ne è uscito vincitore, non solo perché ha scritto canzoni migliori in tutti gli aspetti (tra tutte l’epistolare Meet The Grahams, diretta a vari membri della famiglia di Drake), ma anche perché ha sconfitto il canadese nel suo stesso gioco, quello dell’attenzione mediatica (la hit globale Not Like Us, distruttiva festa in stile West Coast).
Tuttavia, non è tanto la gigante polveriera del dissing a sintetizzare a dovere il Kendrick Lamar di oggi. Infatti, sembra essere il singolo a sorpresa Watch The Party Die, pubblicato su youtube qualche settimana più tardi, la vera chiave di svolta. La strumentale è minimalista, scarna, fioca, ha ben poco a che vedere con il gioco al massacro di cui sopra. Il rapper di Compton è amareggiato e deluso, intento ad affrescare tutto ciò che sta portando la cultura hip hop allo smarrimento, dalla mancanza di disciplina ai vizi, passando per la tossicità dei social media. E evidente a questo punto che non sia la semplice attenzione mediatica l’interesse profondo di Kendrick, bensì una riflessione su come tutelare un movimento vivo da cinquant’anni. E GNX, qualche mese più tardi, prosegue nel solco di questa pseudo-missione salvifica.
Il primo album di Kendrick Lamar sotto PgLang (etichetta di cui è il fondatore) esce a sorpresa venerdì 22 novembre, senza preannunci, salvo un mini-teaser pubblicato su instagram pochi minuti prima. La copertina è in bianco e nero ed è un buon indizio delle nuove disposizioni mentali ed estetiche del californiano: una Buick GNX Regal, simbolo culturale degli anni ’80 (uscita nel 1987 tra l’altro, anno di nascita del rapper), su cui il protagonista si appoggia, fissando lo spettatore con fare nonchalant, “confident” come direbbero gli angolofoni.
Non c’erano dubbi che l’album sarebbe stato una novità assoluta nella collezione. Da un artista in costante evoluzione, tra viaggi, epifanie, letture, ascolti e conversazioni illuminanti, non ci si può aspettare altro che una forma nuova ogni volta,. Così, se per completare il manifesto socio-politico To Pimp a Butterfly (2015) era stato decisivo un viaggio spirituale in Africa, per il precedente Mr. Morale & The Big Steppers (2022) sono state di enorme impatto le letture dello scrittore tedesco Eckhart Tolle, utili a svelare domande scomode e traumi per troppo tempo nascosti. Qui, sono la libertà, l’autoconsapevolezza di avere la corona in testa, la volontà di difendere una cultura, a condizionare il processo creativo. Se poi si aggiungono la chiamata al Superbowl 2025 e la nomina ai Grammy di Not Like Us, non è difficile capire il nuovo stato mentale di Lamar. Così, l’opprimente costume di salvatore universale lascia il posto a quello di MC orgoglioso, promotore passionale dell’hip hop, in grado di menare forte o giocare tranquillamente all’occorrenza.
Plasmato principalmente dallo storico producer Sounwave, e dal “padrino del pop” Jack Antonoff (Taylor Swift, Lana Del Rey, Lorde, The 1975, Clairo…), l’album si alleggerisce notevolmente, presentando un protagonista più morbido (il fluttuante duetto r&b Luther con l’amica SZA, forse la collaborazione più memorabile tra i due), celebrativo (la festiva Tv Off, copia carbone di Not Like Us, prodotta anch’essa da Mustard) e irrisorio (la goffa e spiritosa Peakaboo, dalle inflessioni vocali bizzarre e punchline esilaranti).
Tolto il solito concept profondo come collante, qui è la West Coast che si impone come fil rouge ben visibile, dai sedimenti pionieristici di Ice T alle sonorità contemporanee di Vince Staples, Shoreline Mafia ecc…Infatti, sono i richiami sonori, le citazioni, gli omaggi ricorrenti a pitturare un dettagliato affresco del California Sound.
Quindi, spazio agli emergenti di Compton e dintorni, che non sfigurano per niente: AzChike (già chiamato da ScHoolboy Q in Blue Lips), Dody6, Lefty Gunplay, Wallie the Sensei, HittaJ3, Peysoh e YoungThreat. Un’insolita ma apprezzabile presentazione di ciò che la musica dell’Ovest potrebbe offrire negli anni a venire.
La vetrina prestigiosa è concessa anche alla cantante messicana Deyra Barrera, che introduce tre dei dodici brani in scaletta (L’intro Wacced Out Murals, Reincarnated, e l’outro Gloria), fondendo l’esotismo latinoamericano al sapore desertico di L.A. Non mancano inoltre ristrutturazioni g-funk, come la rasserenante Dodger Blue, o Heart pt.6, sesto capitolo delle canzoni-diario contenente il sample del pezzo r&b Use Your Heart (1996). Qui, in un’atmosfera totalmente 90s ascoltiamo un flashback sul momento pre-successo dentro alla storica label TDE con i Black Hippy (Ab Soul, Jay Rock, ScHoolboy Q). “Rinfresco la mia memoria, sapendo che Black Hippy non ha funzionato a causa mia, sono andato avanti con nuove idee creative”, afferma un Lamar retrospettivo e, forse, un po’ rammaricato.
E come potrebbe mancare l’estetica hyphy di inizio ‘2000 (Mac Dre, E-40, Too $hort), evoluzione dei precetti dei vent’anni precedenti, con testi irriverenti e strumentali “bouncy” cugine del crunk, dominate da bassi preponderanti. È il caso dell’instant classic Squabble Up, già indiziato qualche mese fa nel videoclip di Not Like Us, o dell’alienante Hey Now (anche qui compare Mustard in produzione), momento più scarno e cupo in scaletta.
Tuttavia Lamar, va bene che è leggero e spensierato, va bene che è anche un po’ cazzone e goffo alle volte, ma quando si tratta di alzare l’asticella lo fa con una naturalezza inspiegabile. Ci pensa Reincarnated, l’unico pezzo “conscious” in tracklist, in mezzo ai due banger da macchinata con gli amici Hey Now e Tv Off. Sulla strumentale di Made Ni**as dell’idolo 2pac, il rapper di Compton prende un po’ del rabbioso timbro di Eminem di inizio 2000 e si veste da Lucifero. L’ex-angelo cacciato dal paradiso qui è intento a reincarnarsi continuamente, prima nel chitarrista blues John Lee Hoker, poi nella cantante jazz Billie Holiday, infine nello stesso Lamar. Con questo escamotage narrativo, Kenny racconta di come i vizi, e quindi il male, portino l’individuo al degrado, dalle stelle alle stalle (il primo con l’avidità, la seconda con le droghe, il terzo con profonde contraddizioni morali). Un dialogo simulato tra Dio e Kendrick/Lucifero nella terza strofa chiarisce ulteriormente le spaccature interne dell’artista (“Padre non sono perfetto, ho degli impulsi ma li trattengo” “ma il tuo orgoglio deve morire” “ok Padre mostrami come”).
GNX non è di certo l’album più cesellato della sua carriera, quello più sconvolgente e profondo. È più, beffardo, in certi passaggi superficiale e non irresistibile (la title track tra tutte, un cypher downtempo sgradevolmente sperimentale con Peysoh, Hitta J3 e YoungThreat). Tuttavia, si rivela uno spettro perfetto di ciò che è Kendrick Lamar nel 2024. Un artista convinto e fiero di sé, che sente invidia e odio, ma che sa di meritare tutto ciò che ha ottenuto e ottiene quotidianamente (lo ripete come un mantra nella vuota Man At The Garden, un climax sospeso che richiama per struttura e atmosfera One Mic di Nas).
È un uomo che vuole difendere il genere che ama, cercando di sciorinarne i veri valori (“Quanto è fastidioso, mi fa arrabbiare sapere che gli sfigati possono parlare delle origini del genere che respiro? Per me è folle” sostiene sempre in Man At The Garden); infine, è un artista dalla genialità lirica ampiamente fuori dal comune, un maestro del verbo che ha fatto della sua penna un’arma totale con la quale ha affrescato l’individuo in tutti gli ambiti possibili. È a lei che è dedicata la conclusiva Gloria, pezzo neo soul con un’incredibile SZA al ritornello. La chicca finale di un ottimo giro d’onore per Kendrick Lamar, per la West Coast e per la cultura hip hop nel suo complesso.
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