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7.3

Facciamola breve: siamo davanti a un evento epocale e periodizzante, come è stato per ogni disco di Kendrick Lamar. Resta ora da capire e ponderare quanto e come periodizzante sia Mr. Morale and the Big Steppers, anche in relazione agli episodi precedenti. In realtà rapportandolo a To Pimp a Butterfly e a DAMN la situazione è presto detta: a un primo ascolto non ha la grandeur (storica, etnica, spirituale, insomma trasversalmente culturale) del primo né i pezzi e le produzioni del secondo. In scaletta mancano sia le contaminazioni jazz del disco simbolo dell’era Obama (che tanto hanno fatto la gioia anche di chi di quel disco si accontentò di grattare la superficie) sia banger che possano ambire a diventare la nuova HUMBLE.

Le produzioni, a parte un pezzo firmato da The Alchemist e uno da Pharrell Williams, non comprendono nomi super-blasonati. Stesso discorso per i featuring, i cui highlight sono rappresentati dal cugino Baby Keem, da Ghostface Killah, dalla rising star del soul Summer Walker, dall’improbabile sodalizio con Kodak Black (non ci credeva nemmeno lui), da una strofa ancora di Killah (formato pastore da chiesa) e da un ritornello cantato da Beth Gibbons dei Portishead. Non degli sconosciuti insomma, ma non è che ci siano i Kanye, i Jay-Z (o, tornando a DAMN, gli U2 o Rihanna). Musicalmente è difficile mettere a fuoco il tutto con una lente coerente: si va dall’iniziale United in Grief, che ritmicamente potrebbe essere stata prodotta dal John Frusciante spastico a cavallo tra Letur-Lefr e il progetto Trickfinger, a pezzi in cui Lamar sembra divertirsi nel travestirsi da Drake (Die Hard) fino a basi dimesse e scarne con poche note di piano a fare da tappeto per spoken-word quasi sussurrati.

Che cos’è questo (doppio) disco? È probabilmente l’unico album possibile per uno come Kendrick Lamar oggi, anno 2022. Un disco in cui il profeta del mondo afroamericano (l’unico capace di mettere d’accordo praticamente chiunque) si scusa per non esserci stato negli ultimi cinque anni – anni pieni di #BlackLivesMatter e di #MeToo – perché aveva da fare, e in cui rinunciando alla propria investitura profetica si fa nuovamente carico di una catarsi collettiva ora più che mai necessaria. Il «run away from the culture to follow my heart» è stata (e continuerà ad essere) quindi la risposta a un bisogno fisiologico non più prorogabile: bisogno di affrontare un lungo percorso di psicoterapia per elaborare traumi personali e collettivi, di superare un blocco dello scrittore mai sperimentato prima e una forte apatia di fondo, situazione che l’ha portato a vivere senza telefono per mesi così da disintossicarsi da alcune dipendenze tipo «text messaging bitches».

Ecco allora che questo nuovo disco diventa il racconto di questo percorso, che ancora una volta da individuale diventa collettivo e riccamente simbolico, leggendo il presente indicandone le complessità che tutti sappiamo. Senza dare soluzioni diverse da una pura e semplice presa di coscienza, che però già nel puro e semplice problematizzare aiuta. Si slalomeggia così tra la situazione pandemica (N95), le tante ipocrisie della cancel culture (Worldwide Steppers), il materialismo e il consumismo impazziti di un turbocapitalismo sempre più morente e sempre più inevitabile (United in Grief), il mai cicatrizzato «black trauma» dell’essere un afroamericano (la title track).

Non c’è spazio per i cliché da rapper, né in un senso né nell’altro: niente collanone ma neanche niente sindrome del miliardario solo e triste à la The Weeknd (o à la Drake, o à la Future, and so on…). «My niggas ain’t got no daddy, grow up overcompensatin’ / Learn shit ‘bout bein’ a man and disguise it as bein’ gangsta» dice lui, identificando nel lacunoso rapporto con la figura paterna la radice del machismo stradaiolo e della gang culture (Father Time). Anche nelle trappate più apparentemente canoniche a proposito di lifestyle e opulenze varie (vedi Silent Hill con Kodak Black) anche sopra alle rime più bragga c’è sempre spalmato un velo di malinconia esistenziale a tratti asfissiante.

C’è quindi anche tutta un’elaborazione delle origini della culture hip hop che inserisce machismo e violenze varie in una spirale ciclica di abusi (sessuali, razziali, ecc) che dev’essere fermata. Pensiamo al video di The Heart Part 5, non a caso introduttivo all’album: OJ Simpson, Nipsey Hussle, Kobe Bryant, Will Smith, Jussie Smollett, Kanye West; tutti personaggi neri e controversi, con ombre di violenze, aggressioni, traumi, capovolgimenti nella percezione pubblica, verità mai del tutto chiarite. È qui che la psicoterapia da individuale diventa collettiva: quando Kendrick si incarta in mantra ripetuti al proprio inner self («I can’t please everybody» in Crown è ripetuto oltre 50 volte), o usa filtri vocali che sembrano simulare la voce della sua coscienza mentre partendo dalla sua esperienza biografica arriva ad affondare il colpo in problematiche universali.

Il cuore di tutto arriva in Auntie Diaries, dove sceglie di addentrarsi in questioni probabilmente anche più grandi di lui: muovendo dalle storie di sua zia e suo cugino, entrambi transessuali, tra «faggot» e asterischi vari, Kendrick si muove goffo e maldestro come il proverbiale elefante nella cristalleria; la prospettiva è però quella di un elefante che sa bene di stare spaccando tutto, e continua a farlo con il dichiarato intento di portare alla luce il Problema, e cioè che anziché litigare con l’elefante bisognava educarlo per bene prima di lasciarlo entrare in quella cristalleria. Troppo facile ? Probabilmente sì, ma del resto non è che la forza di Kendrick sia mai stata nello svelare chissà quale Verità prima di lui sconosciuta. Semmai lo è stata la scelta dei contenuti veicolati (e delle forme usate per farlo) muovendo dalla sua prospettiva, ovvero quella di un intoccabile. Così la scelta di pestare i piedi nel fango, con il forte rischio di schizzarsi (non stanno mancando le polemiche interne alla comunità LGBTQ+ in merito al pezzo in questione) risulta sempre e comunque apprezzabile. 

Questo è quindi il disco in cui Kendrick prova a capire e a raccontare perché fa il rapper, da quali ferite vengano le sue insicurezze, e nel farlo si rende ancora una volta simbolicamente il biblico Salvatore del suo pubblico. La differenza è che a questo giro si fa carico di tutti i peccati nel mondo esattamente nel momento in cui dice di non volerlo più fare, per questo e quel motivo.

Del resto anche lo stesso Gesù avrebbe avuto un gran bisogno di un bel percorso terapeutico. E Kendrick, che è troppo intelligente per non accorgersi del cortocircuito, canta «I choose me, I’m sorry», mentre però posa in copertina con una corona di spine in testa. 

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