Recensioni

Ci sono artisti che diventano fondamentali per la loro capacità di dare voce agli altri. Kae Tempest è da tempo una di queste voci: MC, poeta, performer, drammaturgo, autore pluripremiato che da oltre vent’anni gioca sul crinale tra parola scritta e parola incarnata. Per anni ha parlato per altri, e in nome di molti: narratore lucido delle crepe nel tessuto urbano e sociale, speaker di vite fragili, spesso immaginate. Con Self Titled, però, quella voce torna a essere propria. E lo fa usando finalmente il pronome giusto, questa volta il corpo narrante è il suo, e il corpo è finalmente riconosciuto per ciò che è.
“I stand on a line that goes back / to the dawn of my kind / before that / to the dawn of all time”, l’album si apre con il respiro profondo di I stand on the line, in cui Kae può dire “io” senza bisogno di mediazioni. E quel “io”, per la prima volta, è un “lui”. È il tono quieto di chi ha attraversato le proprie (e quelle degli altri) battaglie (“They never wanted people like me round here / But when I’m dead, they’ll put my statue in a square“ sentenzia in Statue in The Square), e ora guarda il paesaggio alle sue spalle con sguardo riconciliato. L’identità di genere – naturalmente – non viene spiegata, né difesa. Viene vissuta, detta, messa in voce.
Per questo il quinto album dell’artista di Lewisham è un lavoro che suona come un’esalazione di sollievo: un atto di affermazione identitaria, un momento di sintesi potente tra urgenza poetica e corpo ritrovato. In questo senso, il titolo è tutt’altro che pretenzioso: Self Titled è l’album che Tempest avrebbe voluto fare fin dall’inizio, se il mondo – e il suo corpo – glielo avessero permesso.
Prodotto con Fraser T Smith (già al fianco di Stormzy e Adele), Self Titled è l’opera più diretta, fra R’n’b, hip hop e un tocco di synth-pop, della carriera di Tempest. Meno teatrale rispetto a Let Them Eat Chaos, meno poetico di The Book of Traps & Lessons, è un disco “ritmico” nel senso più urgente del termine: beat e versi si inseguono, s’intrecciano, si sovrappongono in un flusso dove il tempo narrativo è circolare (The Line is a Curve si chiamava il precedente).
In Breathe, registrato in un’unica take con gli Young Fathers, Kae si fa cronista del caos interiore: “I used to be a boy when I was young/Then I hit puberty, I had to be a girl”. E la tensione vocale che percorre il pezzo è tale da restituire quella stessa lotta tra forma e disgregazione. Know Yourself, invece, è il cuore pulsante del disco. Tempest mette in scena un duetto tra il sé presente (maschile) e quello passato (campionato da un open mic degli anni Duemila, con voce femminile): “When I was young I sought help from my older self”, si dicono, a turno. Il risultato è un cortocircuito emotivo tra fasi della propria vita e versioni di coscienza. È una resa dei conti affettuosa con ciò che si è stati e che ha permesso di arrivare fin qui. Non è solo il passaggio a una voce maschile a fare la differenza. È la possibilità, finalmente, di essere guardato senza sentirsi tradito dallo sguardo. Lo dice bene in Diagnosis: “But it’s the world that’s sick, baby, we’re alright”. È lì che l’album vibra di più: nel sollievo, nel senso di fine dopo una lunga guerra interna.
Dal punto di vista sonoro, Self Titled è un ibrido nel quale le produzioni restano scabre, percussive, centrate chiaramente sulla parola. Quando ciò accade (Statue in the Square, Diagnosis), il racconto regge. Dove invece si tenta la via dell’arrangiamento più ampio o puramente pop (Bless the Bold Future, nonostante il bel cameo di Tawiah), si ha l’impressione che qualcosa si smagli. C’è, in fondo, una discontinuità artistica che si sente, e che giustifica il fatto che Self Titled, pur importantissimo, non sia (ancora) il capolavoro definitivo. A tratti il disco sembra più necessario per Kae che davvero compiuto per l’ascoltatore. Ma anche questo è il suo fascino: è un’opera che respira, si assesta, si cerca. Ed in questo, paradossalmente, resta – per tornare all’inizio del nostro discorso – collettiva, politica: perché mette al centro non la dichiarazione di sé, ma la fatica e la gioia di diventarlo: “Everyone I am is everyone I’m made of/And everyone I’m made of is everyone I loved“.
C’è una nuova energia in Self Titled, una quieta arroganza che non chiede il permesso di esistere. I versi, una volta strumento per raccontare altri mondi, adesso affondano nella carne: “sometimes every cell in my skin feels too heavy”. La parola è diventata corpo, e il corpo non è più un luogo da evitare. Il flusso verbale, come in Breathe o I Stand on the Line, è l’equivalente di un respiro che non poteva più essere trattenuto: “[Going Back]/To the dawn of all time/ Going in, going in/To the end where it all begins”. È in quella sincerità cruda che Self Titled trova la sua forza.
Non è un album “coraggioso”, non è un ennesimo manifesto. Self Titled è forse qualcosa di più semplice e raro: sia un atto liberatorio sia un messaggio d’amore a se stessi. È libero, finalmente. E in un panorama sonoro spesso opaco e autocensurato, basta questo per fargli vibrare addosso una potenza diversa.
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