Recensioni

Da X Factor al Paese Reale. Nell’ambito del tour europeo, Kae Tempest, giovedì 1 dicembre, ha raddoppiato l’appuntamento live per un concerto al Magnolia di Milano e sul palco del talent. Poi Roma e infine Bologna, per salutare una nazione che le sta dando non poche soddisfazioni.

In questa storia c’entra anche la laguna: «per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti – tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop – arrivando a parlare col cuore a un pubblico sempre più vasto, entrandoti fin dentro le ossa, costringendoti a specchiarti nella tua dolorosa intimità». Così Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori del settore teatro della Biennale di Venezia, motivavano nel 2021 il conferimento del Leone D’Argento a Tempest.

Nello specifico, il premio è stato consegnato per The Book of Traps & Lessons, lavoro che sarebbe stato presentato a luglio 2021 al 49° Festival Internazionale del Teatro. L’anno precedente la rapper londinese annunciava tramite un lungo post su Instagram una svolta nella sua identità, ovvero il passaggio alla non binarietà: «Ho adorato Kate. Ma sto iniziando un processo e spero che verrete con me. Da oggi pubblicherò i miei libri e rilascerò la mia musica come Kae Tempest! Si pronuncia come la lettera K. È una vecchia parola inglese che significa ghiandaia. Le ghiandaie sono associate alla comunicazione, alla curiosità, all’adattamento a nuove situazioni e al CORAGGIO che è la parola d’ordine al momento. Può anche significare taccola, che è l’uccello che simboleggia la morte e la rinascita».

Di coraggio Tempest ne ha avuto a iosa: innanzitutto, tornando al presente, quello di calcare il palco del programma music-related ormai più snob e scollato dalla realtà, che nemmeno Xi Jinping in Cina coi lockdown si è mostrato così lontano dal paese reale (si scherza eh, bisogna farlo, è la dura legge del mercato, non si vive di solo amore). Più seriamente, quello di esternare pubblicamente una scelta così personale in maniera tanto naturale ha acceso i riflettori su tutti quegli artisti (ma più in generale tutti quegli esseri umani) che vivono un simile conflitto interiore e che “per evitare il rifiuto” (come loro stessi hanno raccontato al Guardian) vivono la propria vita in relazione al giudizio della società. Un coming out «irto di pericoli, vicoli, cunicoli, marginalismi dove respiri a fatica» – per citare i Uochi Toki, band nostrana che della verbosità ha fatto il proprio marchio di fabbrica – sfociato in un nuovo album (The line is a curve, recensito su queste pagine da Nino Ciglio) e, per estensione, in una nuova vita.

Ma cosa significa assistere ad un live di Kae Tempest? In un piovoso venerdì romano, Largo Venue segna il sold out per l’arrivo degli artisti londinesi (avrà aiutato anche il booster della semifinale di X Factor?) e affida l’apertura a Ivy Sole, all’anagrafe Taylor C. McLendon, giovane rapper di Philadelphia ed esponente di spicco del crescente movimento di artisti non binary. Quando ci si accorge che il live di Tempest è iniziato, in realtà si è dentro già da circa dieci minuti. Sì, perché l’iniziale apologia/captatio benevolentiae in cui l’artista ringrazia il pubblico (che nonostante lo sciopero è accorso numeroso), celebra la capitale, onorando l’inclusione ed esaltando la bellezza dello stare insieme, qui ed ora, che è già performance.

Tutto viene snocciolato come un flusso di coscienza, senza soste, quasi in rima e con un’armonia che fa trasalire. Siamo già dentro una catarsi, LA catarsi. Quella terrena di Kae punta a creare un contatto unico con ogni singolo elemento del proprio pubblico, costruendo brano dopo brano, mattone dopo mattone, una tensione crescente. Senza stacchi o pause interlocutorie, la prima parte della scaletta è interamente dedicata al nuovo lavoro. Priority Boredom è la prima bomba in questa messa laica tutta da comporre, «Build up resilience, build up views / But you can’t build for long on a partial truth»: siamo oltre il semplice testo cantato, ben oltre l’hip-hop, Tempest esorta a tirare giù pareti ed allargare lo sguardo oltre i binari già noti.

Kae Tempest
Kae Tempest, foto per la stampa (2022)

Una volta stabilita una connessione pura e reale, quel lirismo delicato, leggiadro ma allo stesso tempo severo e poderoso, diventa esperienza collettiva di resa, ansia, isolamento e amore. Ogni parola delle migliaia ascoltate è una rivelazione scomoda, vera, schietta: Smoking è un transatlantico che si schianta davanti ai nostri occhi, Grace commuove, No prizes è il destino generale. A rendere tridimensionale quest’esperienza pensa poi il vero grandmaster: Hinako Omori. In mano a lei c’è tutta l’impalcatura sonora, che con synth e tastiere fa esplodere la performance donandole tridimensionalità. È lei che fa comparire Grian Chatten, Lianne Le Havas, Confucius MC (presenti nella versione studio dell’album), ma che sa anche trasformare l’arrangiamento in una band completa, vagheggiando ora su BADBADNOTGOOD, ora su Vince Staples e così via.

Nella seconda metà del live è il momento dei grandi classici: Europe is lost, Ketamine for Breakfast, Firesmoke, che raccontano una Tempest passata, quella del mondo precedente e dei testi carichi di tensione, amore brutale e tanta politica nel senso più puro del termine. È il caso di People’s faces, manifesto dei nostri giorni divisivi e commovente trattatello sulla giustizia sociale («But it’s hard to accept that we’re all one and the same flesh / Given the rampant divisions between oppressor and oppressed / But we are though / More empathy / Less greed / More respect»che coincide con il momento più alto dell’intero live, quello di massima vicinanza tra pubblico e artisti.

È difficile riportare un’ora e mezza vissuta con tale intensità senza svuotarla di senso, ma provare a raccontare il lavoro di Kae Tempest tra musica, poesia e saggistica, nella speranza che arrivi più lontano possibile, è un dovere o forse più una missione. Lo scopo? Un obiettivo nobile e necessario: che nessuno si senta più isolato nell’esprimere la propria identità. Stasera è stato proprio così.

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