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7.4

La chiave di lettura del quarto album di Kae Tempest – e della sua poetica in generale – è nel titolo. La linea, anzi le linee della vita non sono mai state delle linee rette. Assomigliano più a delle curve, nelle quali è impossibile definire i vertici, gli antipodi, le categorie. Nel corso dei tre precedenti (e validi) album, del romanzo (The Bricks That Built The Houses), del saggio (On Connection) e di ben tre opere teatrali e cinque raccolte di poesie, Tempest ha ricercato il concetto di identità in tutte le declinazioni possibili. Ma solo negli ultimi due anni, con il coming out in quanto persona non binaria, questo ha cominciato ad assumere la forma ritenuta più adatta dall’artista.

The Line is a Curve è il primo album in cui Tempest non ha paura di metterci la faccia, che viene ritratta magistralmente dalle fotografie di Wolfgang Tillmans. È l’album in cui la ricerca dell’identità è finalmente completata, dichiarata. Ma questo non coincide con la fine di una storia, bensì con l’inizio di una vita. Identità che, in questo album, diventa ispirazione focalizzata quanto mai su di un “sé” pieno, non delegata alle storie urbane di altre persone, come in Let Them Eat Chaos. I brani rimangono splendidamente terreni, essenze comunicative che funzionano nel 2022 ma assomigliano più ad elegie greche, non a caso riprese da Tempest nel suo spettacolo per il National Theatre di Londra. La bulimia poetica dell’artista fa fluire fiumi di parole sulla carta. Il loro intento è quello di sancire l’abbandono, “lasciare andare” un passato che non è più rappresentazione adeguata di sé. Kae Tempest non ripudia la sua versione adolescenziale, ormonale, ma dialoga con essa. La guarda scomparire insieme alle ansie, i dubbi, le pressioni e imbocca una strada più luminosa. Non a caso, il nuovo album è quello che assomiglia di più, per stile e intenti, all’esordio Everybody Down. In fondo, si tratta del primo album della sua nuova vita.

“Io” è la parola più pronunciata di The Line is a Curve. Eppure la centratura dell’”io”, l’arte del lasciare andare senza ripudiare è facilitata, per la prima volta, da un gruppo di collaboratori scelti con cura. In I Saw a Light, l’accento irlandese di Grian Chatten dei Fontaines DC sposta il mood del disco verso una narcosi sintetica che rievoca il freddo appiglio di certi Radiohead. Le confessioni fra soul ed r’n’b di No Prizes sono rese memorabili dalla voce di Liane La Havas, in un brano che profuma di sollievo e libertà. Nel singolo More Pressure, l’approccio è più fruibile, con la base in zona groove 80s cinematico e il flow vocale meno pretenzioso. Kevin Abstract dei Brockhampton fa delle incursioni precise e ben calibrate, che contribuiscono a rendere il singolo, il migliore dai tempi di The Beigeness.

Prodotte dal fedele Dan Carey, le parti vocali di The Line is a Curve sono state registrate in tre sessioni diverse di fronte, rispettivamente, a «un uomo di 78 anni che non ho mai conosciuto, una donna di 29, la poetessa Bridget Minamore, che è una mia cara amica, e poi tre giovani fan di 12, 15 e 16 anni che hanno risposto a un post sui social». Per tutta la vita Kae ha ricercato i riflettori e ne ha avuto una paura matta, ma ha sentito il bisogno di un interlocutore che interagisse fin dentro allo studio di registrazione. La verità del linguaggio si adatta, si trasforma di fronte ai nostri interlocutori. La linea è una curva. Dalle basi fra gli 80s e la sci-fi di Priority Boredom alla new wave onirica di Salt Coast, dall’onestà sparata in faccia con la potenza di una chitarra blues di These Are The Days al folk intimo della finale Grace. Affreschi di quotidianità (spesso molto british) che mettono in relazione i mostri sacri dell’hip hop (Mos Def, Lauryn Hill, Wu Tang Clan, Gravediggaz, Pharoahe Monch, Nas) con la tradizione letteraria britannica (William Blake su tutti).

È questo connubio che racchiude la forza di Kae Tempest. Uno stile che ha urgenza di raccontare la propria unicità, anche quando rischia di essere inconsistente. The Line is a Curve, infatti, è persino più minimale dei suoi predecessori e, sebbene il nucleo sia più leggero, necessita di diversi ascolti prima di essere assimilato. Nessuno slogan, nessun ritornello, nessuna bandiera. Solo la consapevolezza dei temi centrali: accettazione, resilienza, abbandono. In continuo movimento, in perenne fluidità. Come una curva.

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