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7.5

Voi esattamente cosa chiedete alla musica? Lontananza dalla consuetudine, costruzioni intelligenti, novità, spensieratezza? Arrivati all’osso della questione, cosa inseguite nei suoni e nelle voci, nelle melodie (o nelle dissonanze) e in tutto quello che è questa magica creatura? L’opinione di chi scrive è quella della ricerca di una piccola vibrazione. Avete presente il Big Bang e come la stessa vibrazione di quell’esplosione ancora oggi si propaghi nell’universo? Ecco, per l’ascoltatore che vive nell’autore di questa recensione la “caccia” è quella: portare fuori l’orecchio, tenderlo e vedere se si ritrova la vibrazione di una certa esplosione, quella della prima, vera “botta” musicale ricevuta. Attenzione, non è uno sguardo rivolto per forza al passato, non è un “Voglio sentire qualcosa come i Sex Pistols”. La verginità, ovviamente, non la si riacquista. Quella vibrazione è più una sensazione emotiva fatta di pelle d’oca, gioia, energia e – che ne siate consci o meno – gratitudine. È strano che questa cosa arrivi spesso per contrasto, da dischi che di gioia ne hanno pochissima. Ma d’altronde, l’Inferno è la cantica più interessante della Divina Commedia, no?

L’arte letteraria è qui inserita non a caso, perché Kate Tempest (rapper, poetessa e scrittrice britannica, classe 1985) questo fa: arte letteraria. E la sua musica non può essere compresa senza i testi: semplicemente, non funziona. Non funziona perché senza non si riesce a cogliere la struttura di questo disco, in cui ogni pezzo è collegato col successivo, lo compenetra spesso nell’incipit (tra l’iniziale Thirsty e Keep Moving Don’t Move non esiste praticamente divisione, ed è uno schema che ricompare), dando vita a un’organicità da libro. E infatti il titolo è indicativo di questo: “book”.

Ma qual è la scena di cui fa parte Kate Tempest? Forse nessuna. Possiamo pensare a John Cooper Clarke o agli Sleaford Mods (che forse, per l’impostazione austera e povera, sono una specie di influenza sottotraccia anche a livello sonoro), qualcuno ha nominato Linton Kwesi Johnson. Forse dentro ci sta il Bukowski arrabbiato, nei momenti più introspettivi anche la Szymborska maggiormente metropolitana. Ma forse tutto questo non dà l’idea del tempo che viviamo, così ben raccontato da Kate Tempest. Forse tutto questo non è possibile esprimerlo senza l’immigrazione, la Brexit, il precariato, le big company tecnologiche, la privazione di sonno data dagli smartphone, le fake news, il razzismo. Forse il vero contesto da cui Tempest viene è qualcosa che trascende il puro ambito artistico e inquadra la realtà, per quanto difficile tale compito sia.

Rispetto ai dischi precedenti, i suoni si son fatti ormai sempre più esili, quasi inesistenti a volte: siamo spesso dalle parti della spoken word. Eppure Tempest sa come gestire i vari momenti, oggi più che mai: non è tutto rabbia e frustrazione come in passato. Ora c’è spazio anche per la tenerezza (anche se macchiata da storie d’amore andate male), per la vicinanza (anche se minacciata dall’apatia e dai disturbi di concentrazione), per l’umanità (anche se vessata dalla violenza e dalla rabbia). In Three Sided Coin, ad esempio, su un pattern elettronico tra il sognante e l’allarmato, Tempest ci conduce in una piccola analisi del perché la gente sia così incazzata And when people are hurt, they need people to blame. But beware of the fear you can’t name») poco dopo aver parlato di prepotenza in Brown Eyed Man. E questa alternanza emotiva avviene spesso, all’interno delle undici canzoni di The Book Of Traps And Lessons: la maggiore e più importante è tra All Humans Too Late e Hold Your Own. Il primo è un pezzo solo voce in cui la Tempest, forse meglio che nelle storie di Let Them Eat Chaos, delinea benissimo quello che stiamo diventando, senza indietreggiare mai davanti alle responsabilità. È il coraggio di Kate Tempest la cosa che la rende davvero grande, quello stesso coraggio che poi la fa denudare completamente per portarci in quella canzone da «sotto le coperte mentre fuori il mondo impazza ma dentro di noi è peggio» che è Hold Your Own. Forse una delle canzoni migliori dell’anno, il quasi-bisbiglio della Tempest, la metrica, il saliscendi emotivo, il privato e il pubblico, il capitalismo e l’intimità, il tatto e la solitudine: tutto ciò concorre a un viaggio dentro il cuore e la mente e le vene di una grande artista e di un essere umano sensibile. Un essere umano, già: è questa l’unica cosa che conta, come nella commovente, straziante People’s Faces, in cui la Tempest, accompagnata solo da un pianoforte, ci fa capire che la cattiveria, l’odio, il cinismo sono le strade più semplici da percorrere: la compassione, l’altruismo, l’amore, l’ascolto sono invece strade tortuose che ci rendono più ricchi. Ci rendono grati.

The Book of Traps And Lessons è indubbiamente un grande album ma ad una condizione: lasciare fuori tutto il resto. Non è un disco da macchina ma da salotto, da riflessione. Uno sforzo che viene ripagato, al di là del peso della musica o meno. Perché a volte la stessa, semplice categoria di musica non basta. Qui, forse, si parla più di vita. Pura e semplice.

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