Recensioni
Joshua Idehen
I know you’re hurting, everyone is hurting, everyone is trying, you have got to try.
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Edoardo Bridda
- 12 Marzo 2026

Chi frequenta TikTok probabilmente lo conosce già: Joshua Idehen è noto per Mum Does The Washing, brano nato come thread su Twitter e diventato virale per un testo fatto di libere associazioni tra ideologie, religioni e …tua madre che fa il bucato. Il testo, pronunciato a metà tra spoken word e poesia parlata, poggia su una musica avvolgente in quattro quarti che ne enfatizza il messaggio, montando euforia come panna montata. Un coronamento di vent’anni di poesia e spoken performance che lo hanno portato a esibirsi a Glastonbury, al Green Man e nello storico programma britannico Later… with Jools Holland.
Due anni più tardi, quel brano e quell’approccio diventano un debut dal titolo lunghissimo, I Know You’re Hurting, Everyone Is Hurting, Everyone Is Trying, You Have Got To Try, realizzato con Ludvig Parment, che ne cura basi e beat e contribuisce alla compenetrazione tra questi e lo spoken word di Idehen. Il disco, che segue un mixtape e un trittico di EP (oltre a collaborazioni con LV e con diversi progetti orbitanti attorno a Shabaka Hutchings – che qui ricambia il favore), rappresenta il punto di arrivo di una lunga traiettoria da poeta, performer e voce ricorrente nella scena jazz ed elettronica britannica.
Il lavoro porta con sé osservazioni acute su morale, connessioni umane e rapporti quotidiani, intrecciandole con accostamenti surreali; il taglio è quello di una dance costruita su loop dinoccolati ottenuti da sample di R’n’B e soul, con passaggi vintage post-Moby (You Wanna Dance Or What?) o house (This is The Place). Si affacciano anche influenze di Caribou, magari sul lato più french recentemente esplorato (Don’t Let It Get You Down), e di Jamie XX, oltre a spunti jungle: diverse angolazioni di una proposta calda, comunitaria ed euforica che non rinuncia a momenti più intimi e riflessivi.
Quando l’album si apre alla gioia collettiva è come ascoltare un The Field che si è dato alla black music; quando invece i beat rallentano e lo spoken word prende il sopravvento, ogni rimando a Loyle Carner più che a Kae Tempest appare naturale (Could Be Forever), per scrittura personale e osservativa, tono ironico e autoironico e per quella dimensione insieme emotiva e sociale che attraversa il disco.
A supportare Idehen e Parment troviamo un team d’eccellenza: Amanda Bergman, il sopracitato Hutchings, il sassofonista Pete Fraser e le scrittrici Leone Ross e Charlotte Manning, presenze che ampliano ulteriormente la portata narrativa del lavoro, abbracciando temi che toccano amore, amicizia e famiglia.
Il risultato è un album che suona come un manifesto di speranza e collettività: un invito a coltivare connessioni, empatia e cura reciproca. Energia e delicatezza convivono con naturalezza in questo lavoro fatto col cuore, ben prodotto, con prosa cristallina e un’innata musicalità anche nei momenti più parlati. Si ascolta bene anche senza cogliere parola per parola ciò che viene detto. E non è poco.
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