Recensioni

7.3

Hopefully! non si fa ascoltare, ma è l’album stesso, paradossalmente, ad ascoltarci. Loyle Carner non canta: il silenzio lo vince persino quando parla. È un disco che, nella sua evanescenza, arriva come un treno.

La nuova fatica dell’inglese è questo: un gioco di scavi e intimismo, di silenzi e suoni ovattati, di insicurezze e maturazioni. Il culmine musicale di un artista che da anni sta tracciando un percorso personale, influente proprio nel suo essere quasi totalmente autoreferenziale: pochi cenni sociali, poco impegno politico, scarsa immersione nelle fatiche della blackness contemporanea. Insomma, poco sguardo verso l’esterno. Poco coraggio? No. Anzi, forse persino troppo, se consideriamo che oggi la black music – pur con motivazioni valide – sembra imporre paladini sociali più che cantautori o rapper, manifesti ideologici più che pagine di diario, pedine di un gioco di ribellione e lotta di classe più che individui.

Eppure con Hugo, il lavoro precedente, le sensazioni erano ben diverse. Una dichiarazione d’intenti quasi gridata, una pagina cruda fatta di traumi generazionali, ostacoli della paternità, disuguaglianza sociale, perdono, scavi di coscienza. L’intimismo moderato aveva finalmente incontrato l’urgenza di esorcizzare certi mali, di svuotarsi in modo viscerale con la musica.

Ed ecco Hopefully!, tre anni dopo, nel posto giusto al momento giusto: candido, vuoto, raffinato. Copertina, singoli, dichiarazioni: tutto emana il candore del rapporto padre-figli, mescolato alla maturata introspezione individuale. La palette cambia, il senso della musica no: il jazz lo-fi degli esordi è in metamorfosi, si evolve senza dissolversi. Ora c’è una band, la stessa di Hugo, occasione perfetta per arricchire e sperimentare. Echi di King Krule e Duster, di shoegaze traslucido e folk grezzo alla Elliott Smith, di rap confessionale e notturni da jazz café. Ne nasce uno sforzo collettivo estremamente raffinato, crepuscolare e minimalista, brillantemente espressivo. Uno sforzo che arriva senza cercarti, poiché tra le sue pieghe c’è sempre qualcosa in cui vale la pena fermarsi, perdersi, sciogliersi.

Che sia il commovente ritornello della conclusiva About Time (“It’s about time that I learnt my lesson / It’s about time that I burnt my skin / It’s about time that I learnt some patience / Just give it to him”), il vuoto catartico di Purpose (con una potente strofa di Navy Blue), le splendide atmosfere alla King Krule di In My Mind, Time To Go e Lyin, la pura bellezza di Strangers (brano in cui era previsto un featuring di Adrianne Lenker), o l’urgenza della title track (emblematica, nell’outro spoken, la voce dell’iconico poeta Benjamin Zephaniah, che sintetizza il cuore del disco).

Carner è al massimo della sua stratificazione musicale, e la esalta svuotandosi, sacrificando a volte certe raffinatezze linguistiche ben presenti nei lavori precedenti, ma spiccando il volo grazie a una costruzione estetica attentissima, che passa anche da videoclip e cover curate nei minimi dettagli. Gli strumenti sono pochi ma essenziali: qualche dolce batteria qua e là, chitarre, riverberi, tocchi di piano, cori, alcune parti cantate dallo stesso Carner, imperfette ma suggestive, strofe sempre al punto giusto.

La paternità porta nuove consapevolezze, dubbi e fragilità; i trent’anni altrettante. Con Hugo, Loyle Carner perdonava il padre per la sua assenza e i suoi difetti, rompendo di fatto un pesantissimo ciclo generazionale, gridando, soffrendo. Ora è libero. E Hopefully! arriva forte nella sua lentezza, pieno nel suo vuoto, ricco nella sua povertà, speranzoso nella sua fragilità. È tutto un gioco di assurdi e delicati paradossi quello messo in campo da Carner: una serie di trucchi per catturare noi prede. O forse no. Forse siamo solo troppo abituati a sovrastrutture, concept pretenziosi, forzati manifesti, o – dall’altro lato – a musica di plastica, insensibile, spudoratamente consumistica. E così, quando il sentore cambia, fatichiamo a percepirlo.

Quella di Carner è musica che non vuole essere comprata, ma vissuta. Da se stesso, e da tutti noi. Forse dovremmo anche noi immergerci nel videoclip di Lyin’, e svegliarci nel nostro letto, in mezzo a un lago calmo.
Sì, probabilmente dovremmo.

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