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Per quanto avesse rinnovato i metodi di creazione e produzione, la New Hollywood non è mai stata capace di portare i big money nelle casse della vera Hollywood. Uno dei motivi principali era la natura stessa delle opere che, pur partendo da una base di stampo classico (puntualmente contraddetta nel corso del film), non erano per niente indirizzate al grande pubblico. Così quando si affacciarono nel mondo del cinema personalità come Steven Spielberg (Lo squalo, 1975), George Lucas (Star Wars, 1977) e Richard Donner (Superman, 1978), che erano riusciti a rivoluzionare il sistema hollywoodiano con i loro blockbusters di larga promozione e diffusione (Lucas addirittura in piena indipendenza, dato che nessuno studios credette in lui), si venne subito a creare una nuova unione tra i grandi produttori e gli autori, nel nome di una contemporaneità cinematografica di cui si possono godere i frutti ancora oggi. Paradossalmente, la prima evoluzione di tale “compromesso”, il citatissimo cinema pop degli anni Ottanta, ha avuto radici proprio nella seconda metà degli anni Settanta. Ma allargare il pubblico di riferimento non era così semplice. Lo scopo era rivolgersi alle masse con particolare attenzione ai giovani, gli unici in grado di combattere il potere attrattivo della televisione. Allora Hollywood aveva cominciato ad investire su quattro elementi specifici, tralasciando inevitabilmente la ricerca della complessità narrativa: i generi più in voga (avventura, fantasy e fantascienza), gli effetti speciali (ancora artigianali), la pubblicità e il merchandising.

Durante i titoli iniziali de I Goonies, la banda degli italoamericani Fratelli sta scappando dalla polizia in una rocambolesca corsa di automobili e proiettili. Scorrazzando attraverso le strade di Astoria (Oregon), la loro fuga non passa inosservata agli abitanti della piccola cittadina costiera; mentre gli adulti assistono in maniera passiva, i ragazzi si attaccano alle finestre di casa o alle vetrine dei negozi. Tra questi ci sono due Goonies, il cicciottello Chunk (Jeff Cohen) e l’impertinente Mouth (Corey Feldman), che interrompono quello che stavano facendo per fruire la “realtà” («Dei veri proiettili!» grida Chunk mentre si sporca con il gelato che ha in mano): l’uno stava passando il tempo su un videogioco arcade e l’altro si stava godendo sul divano un inseguimento della polizia contenuto in un programma televisivo. Questo contatto con un fatto “reale” e ad alto tasso di pericolo, porta i piccoli protagonisti del film a riunirsi per la prima volta (sullo schermo) a casa degli Walsh, dove l’asmatico Mickey (Sean Astin) si sta annoiando con il fratello maggiore Brand (Josh Brolin); siamo in un fittizio quartiere decentrato di Astoria, Goon Docks, da cui deriva il nome autoimposto di questa assurda e divertente combriccola (nello slang americano, Goony vuole dire “sfigato”). Raggiunti anche dal geniale Data (Jonathan Ke Quan), che piomba nel salotto dell’abitazione grazie ad un buffo marchingegno tecnologico, i goonies iniziano a curiosare nella soffitta dove il padre di Mickey tiene la sua personale collezione archeologica. Qui trovano la mappa che li condurrà al tesoro del pirata chiamato Willie l’Orbo.

Quando nel 1985 uscì nelle sale I Goonies, il regista Richard Donner, lo sceneggiatore Chris Columbus (suo lo script di Gremlins di Joe Dante uscito l’anno prima) e il produttore Steven Spielberg erano già consapevoli della loro straordinaria capacità di creare mondi percepiti come “reali” e, soprattutto, di avere una presa magnetica sui più giovani; bastava il loro nome su un poster e i ragazzi accorrevano in massa all’interno dei grandi multisala, magari posizionati all’interno dei nuovissimi shopping mall o accanto alle frequentatissime sale giochi (come abbiamo potuto vedere ricostruito in Stranger Things 3). Esattamente come i goonies, stanchi della noia quotidiana e in vena di avventure indimenticabili («I goonies non dicono mai la parola morte»), la gioventù degli anni Ottanta usciva di casa in cerca di forti emozioni e il cinema, da sempre la più potente fabbrica di sogni, era uno dei medium prediletti per soddisfare tale bisogno.

Questo tipo di racconto offriva al pubblico una sua rappresentazione più o meno fedele (dal nerd allo sportivo, dal bullo alla cheerleader). Perché, come al tempo aveva detto il critico Roger Ebert in riferimento allo Spielberg di E.T. L’Extraterrestre (1982), si prendevano protagonisti tredicenni e si lasciavano agire «come se fossero un po’ più vecchi»; in parallelo lo stava già facendo nella letteratura Stephen King, prima con il racconto The Body (in Stagioni diverse del 1982) da cui è tratto Stand By Me – Ricordo di un’estate (Rob Reiner, 1986) e dopo con i loosers del capolavoro IT (1986). Se nel fantasy e nella fantascienza il riflesso viaggiava sui binari dell’allegoria o della profezia (nel 1982 era uscito Blade Runner di Ridley Scott e nel 1985 Ritorno al futuro di Robert Zemeckis), il genere d’avventura sembrava essere più fedele al tessuto sociale dell’epoca ed è qui che si trova una delle ragioni per cui I Goonies è considerato un cult intramontabile: oltre a qualche stereotipo che oggi sarebbe evitato a priori (l’asiatico tecnologico, la domestica latina, gli italoamericani criminali e mammoni), l’aggiunta delle due ragazze all’interno del gruppo, la bella Andy (Kerri Green) e la sarcastica Stef (Martha Plimpton), completava definitivamente il microcosmo descritto nel film di Donner, avvicinando la scrittura di Columbus agli obbiettivi raggiunti da John Hughes nella rom-com (anche The Breakfast Club è del 1985).

Ma, alla fine dei conti, è la presenza in produzione di Spielberg (con la sua rodata Amblin Entertainment) ad aver garantito la riuscita del film anche a livello artistico, tant’è che si dice che in più di un’occasione abbia preso il controllo del timone. Se da una parte la regia di Donner non è da considerarsi particolarmente ispirata, il funzionamento di questo “parco di divertimenti” a tema Indiana Jones (l’anno prima era uscito il secondo capitolo, Il tempio maledetto) è sicuramente merito dei consigli del Re Mida di Hollywood, la cui poetica è riscontrabile in moltissimi dettagli del film: al di là degli implementi horror in un prodotto per famiglie (i teschi, i pipistrelli, i cadaveri) e dei buoni sentimenti che coronano il finale (l’amicizia senza pregiudizi con l’iconico Sloth interpretato da John Matuszack), la ribellione dei figli contro l’assenza dei genitori è il vero fulcro della storia; per questo, dopo aver combattuto le loro paure più profonde, agiscono come se li dovessero sostituire («adesso dobbiamo fare ciò che è più giusto per noi» dice Mickey vicino al tesoro, ricoprendo il ruolo di un vero e adulto leader).

Il successo de I Goonies non si calcola solo dai biglietti staccati o dalla vendita successiva delle VHS. L’intero apparato pubblicitario ha contribuito alla sua diffusione: infatti è impossibile non citare il videogioco ufficiale edito da Datasoft o il videoclip in due parti del brano The Goonies ‘R’ Good Enough firmato da Cyndi Lauper (in rotazione continua su MTV). Probabilmente, se al tempo non ci fosse stata una copertura capillare del mercato, oggi non avremmo avuto registi come J. J. Abrams (suo è il nostalgico Super 8 del 2011) o serie televisive ultra-citazioniste come Stranger Things dei Duffer Brothers. E in un presente dove tutto viene preso, ripreso, modellato, rimodellato, il ritorno de I Goonies al cinema può essere considerato un’intelligente mossa commerciale, come una decisa riaffermazione dell’importanza di un cult eterno. Ancora meglio se, all’atto pratico, riesce a far scollare i giovani dentro (quelli cresciuti col film) e i giovani fuori (la nuova generazione) dalla comodità di uno streaming che sembra aver reso insopportabile qualsiasi opera non episodica.

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