Recensioni

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L’odio che attraversa l’America, come “l’onda di terrore che aveva investito il paese” nel 1980, non è più un presagio ma una realtà e la consapevolezza della sua esistenza giace sepolta sotto terra, pronta a riemergere con la furia di un vulcano che si riattiva dopo anni di silenzio. Odio verso gli altri, odio verso ciò che siamo diventati, senso di vendetta nei confronti di chi viene da fuori e minaccia il nostro territorio; perché oggi più che mai l’essere umano sembra aggrapparsi con tutto se stesso all’illusione di proprietà in quanto diritto assoluto e non contestabile, e per difenderla è disposto a fare qualsiasi cosa. Perfino creare confini fisici e simbolici per proteggerla in nome di ideologie che non esistono.

L’incubo americano, secondo Jordan Peele, ha la forma di un muro, e il risentimento vive in ogni cittadino (bianco o nero non fa differenza). E mentre con Shining Stanley Kubrick indicava la paura della morte e della perdita dell’identità come veri demoni della società moderna, in Noi il regista newyorkese sembra aggrapparsi all’idea che la contemporaneità debba scontrarsi con un mostro ancora più pericoloso, ovvero la paura di noi stessi. Ma soprattutto: questo scenario, in vista delle elezioni del 2020 e con i politici impegnati a fomentare un clima nervoso, cosa si augura per il dopo Trump? Chi guiderà la ripresa, se mai ci sarà? Nel frattempo i reati di violenza sono in aumento del 226% e non c’è segnale di miglioramento.

Noi è davvero l’altra faccia di Black Panther, che invece professava su larga scala l’apertura dei confini come unica soluzione possibile al conflitto che sta distruggendo non soltanto gli Stati Uniti, ma l’equilibrio del mondo intero; una visione apocalittica che se nel cinecomic dei Marvel Studios veniva edulcorata dal racconto fiabesco e dai toni giocosi dell’action a misura di bambino, nel film di Peele sottolinea come l’orrore morale non conosca tregua e non ci siano nobili propositi che tengano (nella fattispecie, il movimento Hands Across America nato nel 1986, un atto popolare di buoni samaritani finito e fallito). Molteplici le interpretazioni di quest’opera che, coerentemente al discorso iniziato con Scappa – Get Out, mette in luce il talento e l’intelligenza di un regista ormai lanciatissimo: da una parte regge l’ipotesi di elucubrare la storia della nazione, dalle sue origini al presente, tra critica al sistema, ai valori e alla lotta di classe (anche se la differenza, in Noi, è annullata: la famiglia di afroamericani è borghese come quella caucasica); dall’altra però ragiona sul percorso che spinge la protagonista – Adelaide Wilson, interpretata da Lupita Nyong’o – a trasformarsi in una bestia quasi satanica quando inserita in un contesto sociale chiuso, sopra e sotto, vero e immaginario, regredito e anestetizzante. Un’eroina, insomma, per cui smettiamo di avere compassione nel momento in cui ci si sposta naturalmente verso il suo doppio cattivo.

A questo punto sembra inevitabile un paragone con il precedente Scappa – Get Out, parabola con tanto di lieto fine e intervento dell’aiutante che salva la vittima da un destino funesto: in Noi Peele non vede speranze, né seconde possibilità, ma un nastro che si riavvolge suonando sempre la stessa identica canzone. Il film nell’originale Us, è infatti l’immagine riflessa dei personaggi, ma anche acronimo di United States. In ogni caso, sempre di ripetizione si parla. Non c’è pietà, solo rassegnazione, e la pellicola riconosce nel soggetto (il paese in generale) una forza inarrestabile che riesce a scoraggiare qualsiasi forma di empatia, mentre allarga lo spettro geografico e culturale dell’immaginazione; prima tessendo le fila di un racconto di invasione, poi trasformandosi in un horror inteso come può esserlo Shining, radicato nella tradizione e nei tòpoi di genere. Con l’unica differenza che nel capolavoro di Kubrick era l’hotel il laboratorio di incubi, mentre qui i larghi spazi del nuovo continente – l’oceano, la foresta – o i piccoli centri di gravità – la casa, i luna park – producono sogni e allucinazioni.

A che serve allora la cultura pop, altro elemento fondamentale della messa in scena di Peele? A ricordarci che siamo tutti uguali, ascoltiamo tutti la stessa musica (i Beach Boys di Good Vibrations, i NWA di Fuck The Police, il Michael Jackson di Thriller raffigurato su una t-shirt), ci piacciono gli stessi film (Lo squalo), e che il patrimonio di conoscenze e le espressioni artistiche possono non avere un’identificazione data dall’etnia o dallo stato sociale. Concetto che oggi suona più sovversivo e rivoluzionario che mai. Se poi contiamo lo stile di regia, i punti di vista alternati, il virtuosismo, il grande controllo del ritmo e del tono, le prove degli attori e l’intelligente scrittura, abbiamo servita su un piatto d’argento un’opera straordinariamente riuscita che mette il pubblico al centro di un’esperienza soggettiva e frammentaria (proprio come ne Gli uccelli di Alfred Hitchcock), oltre che squisitamente spassosa e inquietante.

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