Recensioni

7.5

Tra tutti gli esponenti di quella generazione di produttori che in ambito elettronico si sono affacciati sulle scene tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del terzo millennio, il britannico Jon Hopkins è quello che forse si è più distinto – attraverso una discografia ricca e variegata – per indipendenza creativa e libertà di intenti e di spirito. Pur non uscendo completamente dal seminato di quanto consolidato in ambito “elettronico” durante i ’90s, e prendendo grande ispirazione dal suo mentore artistico Brian Eno, Hopkins è sempre stato capace di proporre lavori che hanno sfidato le convenzioni, e questo vale tanto per le sue produzioni più legate alla funzionalità del suono da club che per quelle adiacenti alla musica ambient, qualunque cosa quest’etichetta di genere voglia – o possa ancora – significare.

Con la precisione chirurgica di un consumato autore di colonne sonore, quale è di fatto, Hopkins ha proposto album altamente dinamici e impreziositi da una miriade di dettagli sonori segno di maestria e gusto, ma anche collegati dalla necessità di rendere più viva, significativamente pregnante e trasformativa – se mai fosse possibile – quella che è vista comunemente come semplice tappezzeria sonora o banale escapismo audio. Una musica in grado di trasportare l’ascoltare, ma non verso la fuga da sé (come vuole lo stereotipo), bensì di metterlo sulla via della più profonda introspezione finalizzata al raggiungimento di un “sé superiore”.

Se tutto questo suona in maniera sospetta, retaggio di filosofie hippie e new age “d’antan”, il primo ad ammetterlo senza nascondersi dietro ad un dito è lo stesso Hopkins, che in più di un occasione ha cercato di puntualizzare la propria buona fede nel cercare di compiere un certo tipo di ricerca del tutto personale in maniera consone ai tempi moderni, sempre concedendo all’ascoltatore il beneficio ultimo del dubbio. A testimonianza di questo, album quali Singularity e Music For Psychedelic Therapy, di fatto prima e seconda parte di una sorta di trilogia iniziata sei anni fa e della quale fa ora parte questo nuovo Ritual.

Un progetto iniziato in veste di sonorizzazione per installazione multimediatica, con il nome di Dreammachine, e che nel corso del tempo si è trasformato in una sorta di viaggio sonoro di più grande respiro, concepito e realizzato dal suo autore come unico flusso auditivo della durata di 40 minuti divisi in otto parti al quale hanno preso parte in veste di collaboratori 7RAYS (da anni braccio destro di Jon), Clark (noto per la sua discografia targata Warp), e ancora Vylana, Ishq, Emma Smith, Daisy Vatalaro e Cherif Hashizume. Rispetto ai suo predecessori, questo nuovo lavoro non ha la struttura tradizionale di Singularity, che vedeva alternare brani di durata e fattura più vicini alla musica elettronica “di consumo”, né tanto meno quello di Music For Psychedelic Therapy (realizzato con l’intento preciso di fare da sonorizzazione a sedute terapeutiche assistite a base di uso di sostanze psicotrope), e che da i primi rintocchi di campana che lo aprono accompagna l’ascoltatore, in maniera a tratti quasi impercettibile, durante la caduta libera verso il proprio subconscio. Piuttosto, facendo uso di uno stupefacente sound-design ed impiegando in maniera magistrale espedienti compositivi (e narrativi) quali sospensione, dilatazione di tempo e spazio, crescendo e magnetica ripetitività, il produttore/sciamano mette in scena un rituale, appunto, dal cui coinvolgimento non è più possibile liberarsi.

In particolare, l’apparentemente interminabile ed inesorabile crescendo circolare di synth e percussioni che costituisce il fulcro dell’intero album – e che dal quarto movimento denominato the veil arriva al climax della sesta parte intitolata solar goddess return, passando per la parte quinta evocation – non lascia indifferenti. Intenso, ipnotico ed estatico come una sorta di bolero futuristico e contemporaneamente primordiale; il cuore pulsante di questo disco si dissolve nelle due ultime parti – dissolution e nothing is lost – regalando lunghi minuti di sollievo e pace interiore, con il piano di Hopkins perso in un confortante liquido amniotico fatto di echi e riverberi.

Certo, per coloro che non hanno molta confidenza con le sottigliezze e complessità del genere, o gli ascoltatori casuali e meno attenti, Ritual potrà sembra solo “un altro album di musica ambient”. Per tutti coloro disposti invece a lasciarsi trasportare dal suo fluire, cedendo le resistenze alle sue proprietà trasformative e benefiche, potrà rappresentare qualcosa di più, qualcosa di ben diverso; qualcosa di inspiegabilmente magico.

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