Recensioni

6.5

Non era ancora terminata l’onda devastante di Immunity che Hopkins pubblicò un delizioso EP di dormienti versioni di quel disco. Un esperimento, un divertissement, insomma chiamatelo come volete, ma sicuramente anche la naturale pulsione a tornare alle origini, senza plugin e macchine, solo lui e il pianoforte. Dall’album successivo, Singularity, invece di anni ne sono passati due, trascorsi dal producer britannico sempre nel suo relativo silenzio, vuoi la pandemia, vuoi che Jon è uno che sui social è davvero di poche parole. E allora chissà, mentre mezzo (e più) dance si rintana in cameretta per escursioni a più altezze del proprio lato ambient, chill-out, downtempo ecc., questa scelta di Hopkins di pubblicare un nuovo EP tutto al piano risulta tanto naturale quanto relativamente improvvisa. Complemento dell’Asleep Versions di cui sopra, questo ideale lato b è una genuina raccolta di ambient cover al piano di brani di stimati colleghi (Thom Yorke, James Yorkston e quel Luke Abbott con cui da sempre incrocia spesso un certo tipo di percorso artistico) ma anche del suo padre putativo Brian Eno con il fratello Roger. Se vi sarà capitato di leggere i nostri precedenti articoli sulle fatiche del londinese Jon, noterete come ne abbiamo sempre e comunque decantato il talento, ma chiedendo a gran voce il vero sussulto al cuore, il brivido sullo schiena. Anche qualche lacrimuccia ce la saremmo fatta ben bastare, ma sembra non essere ancora il momento.

Nulla da dire su queste reinterpretazioni, pulite, bellissime, lavorate in sottrazione e dunque sulla fondamenta dei pezzi, con il rispetto massimo per gli autori, mantenendo lo spirito degli originali. Non una sbavatura che sia una, con la mano del perfetto restauratore a lavorare sugli affreschi della cattedrale (a proposito, all’epoca l’avevate vista questa esibizione, vero?) con diligenza, austerità, e perché no, la giusta riverenza. Non credo ci sia poi molto altro da aggiungere. Chiaro, ribadisco, sarebbe interessante ascoltare il Jon artigiano, meno abbottonato, meno calibrato e cerebrale, più semplicemente anche solo in grado di posizionare una nuova angolatura, ma alla fine – come sempre – è tutta questione di prospettiva e da che punto di vista guardi all’emozione: perché ok il pianoforte verticale, quanto-è-bello-e-quanto-è-elegante-che-classe, ma Hopkins ha voluto metterci anche i rumori ambientali durante le incisioni.

Niente di nuovo, per carità, il field recordings è pratica esistente dall’alba dei tempi e nel caso specifico non stupisce affatto, tuttavia è l’idea di fondo a offrire – magari – nuova prosa e chiave di lettura. Come a farsi timidamente da parte, lasciando il posto su quello sgabello a chi ascolta, fargli sentire cosa si prova ad essere lì, a muovere quei i tasti. L’eccitazione febbrile del pittore che, per una volta, al suo quadro ti lascia dare un’occhiata fuggente, preferendo farti godere delle gocce di colore che colano sulle scarpe, la tavolozza impiastrata all’inverosimile, il grembiule stropicciato, il vento che passa dalla finestra, la luce che timida entra nella stanza, il silenzio prima che tutto abbia inizio. Il silenzio appena tutto finisce. E allora va bene così Jon, va benissimo così.

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