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Dall’inarrivabile perfezione post-rave di Immunity passando per l’ancor più sublimata spinta cosmicheggiante di Singularity, il percorso intrapreso da Jon Hopkins era già ben delineato: tra meditazione trascendentale, relativizzazione della piccolezza umana nell’infinità del Cosmo e annessi funghetti allucinogeni, la progressiva rarefazione della sua musica era evidente e ben incastonata nell’abbraccio sempre più convinto di umanesimo alla costante ricerca di stati superiori di coscienza. Ecco quindi che Music for Psychedelic Therapy appare come il punto d’approdo perfettamente naturale di questo percorso, pur nella sua apparente estraneità nel corpus hopkinsiano. Estraneità dovuta, anzitutto, all’assenza totale di ritmo e melodia; elementi una volta centrali (probabilmente ancora lo sono), perché – dalle parole dello stesso autore – il ballo è una delle esigenze più primordiali e naturali dell’uomo. Qui però è come se Hoopkins facesse un passo di lato, oltre che avanti. 

Questo nuovo lavoro è un disco ambient, nel senso più primigenio del termine. Nasce infatti come sorta di risposta personale al Music for Airports di Brian Eno (musicista con il quale peraltro Hopkins ha collaborato in passato), generato sperimentando l’ayahuasca in una grotta sprofondata nella foresta amazzonica e producendo poi il tutto guidato dalla ketamina. Drogarsi è bello se lo si fa nel modo giusto, sembra volerci dire ancora una volta il nostro compositore inglese, lui che già per Singularity aveva provato quei famosi funghetti sotto l’ausilio di un apposito team medico. Perché ovviamente l’uso di sostanze psicoattive è declinato come terapia curativa – per ansia, stress, logorio della vita moderna – e non ad uso ricreativo (sarebbe stato fin troppo banale). Insomma, attraverso queste tracce s’insegue ancora una volta il ricongiungimento di quel cordone ombelicale Uomo-Natura troppo spesso sfilacciato e dimenticato nell’Era dell’Antropocene. Tutta roba già vista (e sentita), anche se va detto che anche stavolta Hopkins si inserisce in questo filone a modo suo, e con una forte personalità. 

Perché la sua visione di Natura è frutto di ricerca, non di ligia adesione a stereotipi new-age. Si cita – e si campiona – Ram Dass, guru tra i principali divulgatori di discipline orientali in occidente (chiedere a George Harrison), si studia e si giunge a una fascinazione sonora che è sì colonna sonora da meditazione per alto-borghesi tra cascatelle, campane tibetane e mantra, ma che riesce altresì a smarcarsi dalla degenerazione in pura e semplice paccottiglia da sottofondo per wellness center. Siamo allo stesso tempo lontanissimi da una concezione di Natura impervia e impassibile, riscontrabile ad esempio nelle colonne sonore dei Popol Vuh per i film di Werner Herzog, dove il mondo appare insensibile ed estraneo alle vicende umane. Qui invece è tutto filtrato dalla lente di chi ascolta (o medita, o si droga). Il legame Uomo-Natura è ripristinato ad uso e cura del primo, non è pura contemplazione.

Quel che più conta è che la costruzione – pratica ma anche teorica – di questo (non)luogo psich(edel)ico in cui Hopkins sta facendo confluire i suoi ascoltatori di disco in disco, affascina senza risultare indelebile. La cura del suono è ineccepibile, eppure quell’anelato senso di physis, non è ancora raggiunto.

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