Recensioni

Quando nel 2018 uscì Call the Comet, Johnny Marr era all’apice della sua carriera solista. Il suo nome compariva su tutti i cartelloni dei festival che contano e il suo sound aveva trovato un equilibrio equidistante tanto dal suo passato negli Smiths, quanto dalla sua esperienza negli Electronic e da un imperituro brit-rock chitarristico. Il tutto era risultato in un caleidoscopico centrifugato di suoni indie-rock – che lui stesso aveva contribuito a creare – e ammiccamenti ad atmosfere moderniste e sci-fi. Nel mezzo, ha avuto il tempo di litigare (ancora) con l’innominabile ex partner, che lo ha accusato di tirarlo in mezzo nelle interviste, ha condiviso il palco di Glastonbury coi Killers e, soprattutto, ha lavorato con l’amico Hans Zimmer alla colonna sonora di No Time To Die. Il brano omonimo, in cui Marr compare in veste di chitarrista, ha dato una grossa mano al successo planetario di Billie Eilish e Finneas.
Proprio quest’esperienza cinematografica è lo spunto da cui partire per analizzare questo nuovo Fever Dreams. Nelle quattro parti di questo lavoro, l’ex Smiths imposta i comandi verso un sapore pomposo, epico, fatto di suoni a scala monumentale. Non c’è posto per ritornelli sbarazzini e canzonette auto-commiserative. Marr vuole fare sul serio facendo il serio e confezionando un album diviso in quattro capitoli propedeutici gli uni agli altri. Il fil rouge è l’impatto emotivo, la commozione, l’empatia che a volte rivelano il gusto di Marr verso il soul e l’elettronica, altre volte confermano la formula rock che l’ha reso celebre. Mentre non mancano affondi negli episodi migliori della sua carriera (Playland in particolare), è innegabile che questo sia l’album verso cui l’NME Godlike Genius ha proteso tutti i suoi sforzi. È qui che intende creare una personale, super sonica new wave espressionistica. Ma il compito si rivela più arduo del previsto.
Spirit, Power And Soul apre le danze nel migliore dei modi. Il brano incarna ciò a cui il nuovo Marr vuole aspirare e impone al disco il sound pomposo e dark di cui sopra. È un electro-gospel pulsante che lo spinge più verso gli Electronic che verso gli Smiths. Il ritornello è catalizzante e ossessivo, mentre le percussioni hanno un tiro techno che non fatichiamo a paragonare ai New Order o ai Depeche Mode. Il sound disilluso, eppure emozionale, il gonfiore elettrizzante delle chitarre, lo rende una delle cose più interessanti della sua carriera solista. Non basta, però, a promuovere a pieni voti un album così complesso, che racchiude le cose migliori nella prima metà.
Il post-punk di Receiver e gli archi oscuri di Ariel sembrano porsi in continuità con l’esperienza cinematica alla corte di James Bond. L’una (Receiver) chiama in causa le produzioni berlinesi di Brian Eno fra Heroes di Bowie e Achtung Baby degli U2 attraverso un macinato di synth 80s e riff alla Marr. Siamo dalle parti di una narrativa urbana fumosa e dai contorni indefiniti. L’altra (Ariel) è impostata su una sequenza di accordi simile a There Is A Light That Never Goes Out (esattamente come Hi Hello in Call the Comet), ma flirta anche con il pop da classifica anni 80, altezza Eurythmics o Madonna. Ambizioso nel citare una raccolta di poesie di Sylvia Plath, Marr riesce a bilanciare cultura pop e citazioni letterarie, aspirando a una delle caratteristiche principali proprio degli Smiths.
Le carte si scompigliano un po’ nel seguito di Fever Dreams, che perde in unicità e compattezza. Lightning People è un tentato affondo nella stratosfera psych-pop con un tocco di Air, altezza Moon Safari, con tanto di organo e archi. Stesso discorso si potrebbe fare per Sensory Street, i cui synth ricordano le cose peggiori degli Editors piuttosto che i tanto agognati Depeche Mode; o per Tenement Time, che guarda ai suoni live di Love Will Tear Us Apart, ma scivola verso un “arena rock” trito e ritrito; o, infine, per Counter Clock World, che si distacca dal clima generale del disco e – complici le percussioni sincopate, le chitarrine indie-rock e i giri di basso a tutta velocità – chiama in causa gli Strokes fuori tempo massimo. Concludono il tutto lo spoken word in salsa ambient di Rubicon (fra un mantra tibetano e Blade Runner), la lisergica Ghoster (quasi un tributo ai più recenti Radiohead) e la malinconica Human (che avrebbe fatto fiero Noel Gallagher).
Tanto, troppo, bolle in pentola in questo mastodontico lavoro che, inevitabilmente, perde di appiglio e si trasforma in versione patinata di un suono che già partiva abbastanza patinato. Intendiamoci, i brani ci sono e, alcuni, come abbiamo visto, sono di enorme spessore, ma a Fever Dreams manca quell’elemento straniante, quella melodia inattesa, quel colpo di genio che lo farebbe risultare meno monotono, ripetitivo… noioso. Sarebbe sbagliato dire che tutti questi elementi li avrebbe portati l’innominabile ex partner compositivo, ma è quasi inevitabile pensarlo.
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