Recensioni

60

La musica, si sa, è matematica. Nel senso che è fatta di note e le note hanno caratteristiche accomunabili a quelle dei numeri come, ad esempio, la ricorsività. In queste pagine, discutendo di The Messenger, il primo vero disco solista di Johnny Marr, si diceva che l’album è ciò di più vicino a un disco degli Smiths che un fanatico possa ritrovarsi fra le mani. Questo è certamente vero proprio perché la musica è matematica e, da quando Marr, dopo aver provato le sperimentazioni più strampalate e aver vissuto al di là dell’Atlantico, ha finalmente deciso di rimettersi a fare il Johnny Marr, il suo stile è apparso riconoscibile fin dalle prime note. Si trattava di un ritorno alla pre-wave, con strizzate d’occhio non indifferenti a quel brit pop che anche lui ha contribuito a edificare. La cosa che più ha intrigato i fan, dall’uscita di The Messenger in poi, è stata quella di vederlo alla prova del palco, di quel palco su cui spesso ha sofferto – stando alle sue stesse dichiarazioni – d’emozione precoce.

Ma la musica è matematica, ahinoi, solo per quanto riguarda l’architettura melodica, le note, appunto, gli arrangiamenti e l’orchestrazione. È inutile in questa sede, soffermarci sulla potenza catartica e sublime che il binomio MarrMorrissey ha concepito nei pochi anni di attività degli Smiths. Basti ricordare come la coppia abbia sostanzialmente trovato un felice connubio fra l’intellettualità filosofica (e contemporaneamente popolare, prettamente working class) e l’appiglio catchy dei lick, dei riff della Jaguar di Marr. Ed è dunque inutile ribadire come questo sia un aspetto mancante e irrimediabile dei live di Marr. Come lo è altresì una performance vocale d’alto livello. Ci ha provato, è vero, e per certi aspetti, è migliorato esponenzialmente. Ma la voce è lo strumento meno matematico di tutta la musica ed è anche questo, per forza di cose, un aspetto lacunoso di un live di Marr. Se a tutto questo si aggiunge la povertà di un impianto non certo impeccabile, il claustrofobico palco che ha castrato i movimenti del quarantanovenne chitarrista mancuniano e l’overdose di fumo da palcoscenico che ha infettato le prime file, si intuisce perché questo Marr al Bolognetti Rocks ci ha convinto solo fino a un certo punto.

Intendiamoci, l’entusiasmo c’era tutto. Sia da parte del pubblico, che da parte degli artisti: e lo testimoniano i ripetuti aggiustamenti dei brani in setlist, finalizzati a tenere più alto il fervore. C’era lo stile di un Marr sempre più giovane, con camicia di raso fino al primo bottone, qualche tatuaggio (ebbene sì!) e – alla faccia dell’estate italiana – giacca di velluto smeraldo. C’era la bontà di un personaggio, la cui leggenda non ha offuscato l’umiltà, né l’animo ribelle o l’indole da gentleman. C’era quella chitarra mostruosamente riconoscibile, che non a caso porta la sua firma sul manico, con i movimenti sonori, le escursioni up & down sui tasti, gli arpeggi che hanno ridefinito uno stile e gli sono valsi il premio Godlike Genius di NME. Ma c’erano soprattutto le canzoni: quelle di The Messenger, perfettamente eseguite a partire dall’iniziale The Right Thing Right, passando per l’anthem Generate! Generate! e il nuovissimo singolo New Town Velocity, per finire alla battagliera e anti-tecnologica I Want The Heartbeat.

Poi, naturalmente, le cover (se così vogliamo chiamarle) meritano un discorso a parte. Come detto, l’argomento della voce regge fino a un certo punto, perché, da una parte si intuivano sensibili miglioramenti e adattamenti personali ai brani degli Smiths eseguiti, dall’altra come spesso succede, quando l’acustica non rende giustizia al concerto, la prima cosa a venire meno è sempre la voce. Qualcuno dirà per fortuna. A torto, però: l’idea di piazzare There’s A Light That Never Goes Out come quinto brano è stata azzeccata, benché (dopo How Soon Is Now) sia il pezzo più problematico per le corde vocali di Johnny Fucking Marr. Still Ill ha rappresentato la vera sorpresa: ci voleva un brano così (famoso ma non sputtanato) per accendere gli animi dei fan più radicali; tra l’altro, il brano non è stato eseguito in nessuna delle date europee di questo tour (già, neanche in UK!), il che fa onore al pubblico del Bolognetti. Bella, infine, la scelta di ripescare – fra le immense possibilità di repertorio – due brani degli Electronic, band nata dal sodalizio con Bernard Sumner dei New Order e mai sbocciata propriamente. I Fought The Law dei Crickets (ma resa famosa da Johnny Cash) è stata dedicata alla città che recentemente ha celebrato l’artista dell’Arkansas in una mostra fotografica, salvo poi far esplodere gli animi più freak del parquet della venue.

Johnny è vivo, si diceva in recensione. Johnny, che è tornato dall’America, abbandonando una vita avviata con i due figli al seguito, con il solo scopo di partorire questo The Messenger. Lui, che, se non bastasse l’aspetto a ricordarcelo (inutile dire che è vegano, corridore abituale, ecc), si sente sempre più giovane e lo spiattella in faccia a tutti abbracciando le sue chitarre. Anche se l’emozione precoce è cosa vecchia sul palco per lui, la musica è matematica per tutti. Ma ciò non ci vieta un briciolo di esaltazione adolescenziale e d’emozione che, di certo, non è mancata.

 

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette