Recensioni

La musica, si sa, è matematica. Nel senso che è fatta di note e le note hanno caratteristiche accomunabili a quelle dei numeri come, ad esempio, la ricorsività. In queste pagine, discutendo di The Messenger, il primo vero disco solista di Johnny Marr, si diceva che l’album è ciò di più vicino a un disco degli Smiths che un fanatico possa ritrovarsi fra le mani. Questo è certamente vero proprio perché la musica è matematica e, da quando Marr, dopo aver provato le sperimentazioni più strampalate e aver vissuto al di là dell’Atlantico, ha finalmente deciso di rimettersi a fare il Johnny Marr, il suo stile è apparso riconoscibile fin dalle prime note. Si trattava di un ritorno alla pre-wave, con strizzate d’occhio non indifferenti a quel brit pop che anche lui ha contribuito a edificare. La cosa che più ha intrigato i fan, dall’uscita di The Messenger in poi, è stata quella di vederlo alla prova del palco, di quel palco su cui spesso ha sofferto – stando alle sue stesse dichiarazioni – d’emozione precoce.
Ma la musica è matematica, ahinoi, solo per quanto riguarda l’architettura melodica, le note, appunto, gli arrangiamenti e l’orchestrazione. È inutile in questa sede, soffermarci sulla potenza catartica e sublime che il binomio Marr – Morrissey ha concepito nei pochi anni di attività degli Smiths. Basti ricordare come la coppia abbia sostanzialmente trovato un felice connubio fra l’intellettualità filosofica (e contemporaneamente popolare, prettamente working class) e l’appiglio catchy dei lick, dei riff della Jaguar di Marr. Ed è dunque inutile ribadire come questo sia un aspetto mancante e irrimediabile dei live di Marr. Come lo è altresì una performance vocale d’alto livello. Ci ha provato, è vero, e per certi aspetti, è migliorato esponenzialmente. Ma la voce è lo strumento meno matematico di tutta la musica ed è anche questo, per forza di cose, un aspetto lacunoso di un live di Marr. Se a tutto questo si aggiunge la povertà di un impianto non certo impeccabile, il claustrofobico palco che ha castrato i movimenti del quarantanovenne chitarrista mancuniano e l’overdose di fumo da palcoscenico che ha infettato le prime file, si intuisce perché questo Marr al Bolognetti Rocks ci ha convinto solo fino a un certo punto.
Intendiamoci, l’entusiasmo c’era tutto. Sia da parte del pubblico, che da parte degli artisti: e lo testimoniano i ripetuti aggiustamenti dei brani in setlist, finalizzati a tenere più alto il fervore. C’era lo stile di un Marr sempre più giovane, con camicia di raso fino al primo bottone, qualche tatuaggio (ebbene sì!) e – alla faccia dell’estate italiana – giacca di velluto smeraldo. C’era la bontà di un personaggio, la cui leggenda non ha offuscato l’umiltà, né l’animo ribelle o l’indole da gentleman. C’era quella chitarra mostruosamente riconoscibile, che non a caso porta la sua firma sul manico, con i movimenti sonori, le escursioni up & down sui tasti, gli arpeggi che hanno ridefinito uno stile e gli sono valsi il premio Godlike Genius di NME. Ma c’erano soprattutto le canzoni: quelle di The Messenger, perfettamente eseguite a partire dall’iniziale The Right Thing Right, passando per l’anthem Generate! Generate! e il nuovissimo singolo New Town Velocity, per finire alla battagliera e anti-tecnologica I Want The Heartbeat.
Poi, naturalmente, le cover (se così vogliamo chiamarle) meritano un discorso a parte. Come detto, l’argomento della voce regge fino a un certo punto, perché, da una parte si intuivano sensibili miglioramenti e adattamenti personali ai brani degli Smiths eseguiti, dall’altra come spesso succede, quando l’acustica non rende giustizia al concerto, la prima cosa a venire meno è sempre la voce. Qualcuno dirà per fortuna. A torto, però: l’idea di piazzare There’s A Light That Never Goes Out come quinto brano è stata azzeccata, benché (dopo How Soon Is Now) sia il pezzo più problematico per le corde vocali di Johnny Fucking Marr. Still Ill ha rappresentato la vera sorpresa: ci voleva un brano così (famoso ma non sputtanato) per accendere gli animi dei fan più radicali; tra l’altro, il brano non è stato eseguito in nessuna delle date europee di questo tour (già, neanche in UK!), il che fa onore al pubblico del Bolognetti. Bella, infine, la scelta di ripescare – fra le immense possibilità di repertorio – due brani degli Electronic, band nata dal sodalizio con Bernard Sumner dei New Order e mai sbocciata propriamente. I Fought The Law dei Crickets (ma resa famosa da Johnny Cash) è stata dedicata alla città che recentemente ha celebrato l’artista dell’Arkansas in una mostra fotografica, salvo poi far esplodere gli animi più freak del parquet della venue.
Johnny è vivo, si diceva in recensione. Johnny, che è tornato dall’America, abbandonando una vita avviata con i due figli al seguito, con il solo scopo di partorire questo The Messenger. Lui, che, se non bastasse l’aspetto a ricordarcelo (inutile dire che è vegano, corridore abituale, ecc), si sente sempre più giovane e lo spiattella in faccia a tutti abbracciando le sue chitarre. Anche se l’emozione precoce è cosa vecchia sul palco per lui, la musica è matematica per tutti. Ma ciò non ci vieta un briciolo di esaltazione adolescenziale e d’emozione che, di certo, non è mancata.
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