Recensioni

Sembrano un po’ quegli scherzi del destino: un artista-simbolo come Johnny Marr, all’asciutto (in quanto a progetti in proprio) per ben 25 anni, pubblica due dischi, uno dietro l’altro, in meno di 20 mesi. Qualcosa nella sua vena da duro, con un elevatissimo livello di timidezza nel sangue, dev’essere cambiato. The Messenger segnava non solo il ritorno solista del Godlike Genius di Manchester, dopo collaborazioni di vario tipo, alcune vagamente riuscite (Electronic, The The, Modest Mouse), altre meno (The Cribs, The Healers). The Messenger segnava il ritorno della chitarra smithisana per antonomasia, adagiata all’occorrenza su tappeti futuribili di un classico brit rock, alle volte dichiaratamente derivativo, altre volte ben focalizzato sulla prospettiva post-urbana del Nuovo Mondo, da cui il Nostro arrivava a inizio 2013. The Messenger era l’album del ritorno e, sebbene fosse una raccolta di canzoni non perfette e magari poco catchy, funzionava per il suo stesso bilanciare la componente sperimentale e la chitarra che ha scritto la storia del pop-rock.
Concepito proprio durante il tour di promozione del disco precedente, Playland ne è chiaramente l’ideale continuazione tematica e concettuale. Le undici tracce sono l’altra faccia della medaglia di quelle di The Messenger. Con poche ma significative differenze. Mentre nel disco del 2013, infatti, regnava sovrana un’atmosfera stagnante, estremamente metropolitana, dai colori contrastanti come quelli della sua copertina, Playland ha un altro scenario e nuovi obiettivi: quelli di filtrare e bilanciare in controluce la nuova vita della capitale britannica – con la quale Marr pare sia tornato in buoni rapporti – e di raccontarne pregi e difetti, dal consumismo, al sesso, all’ansia e all’ideale trascendenza da essi. Trascendenza, appunto, che trasforma il grigio smog di Londra nel regno dei giochi, visti come condizione esistenziale non solo dell’uomo, ma degli animali tutti: Playland, che altro non è se non l’adattamento dell’opera Homo Ludens di Joan Huzinga, è appunto l’andare alla caccia di se stessi nella pre-cultura. Alla faccia di quell’acculturato dell’ex-partner col ciuffo.
Ma Playland e The Messenger sono diversi ancora per un altro motivo. Playland è un disco più immediato, molto più accattivante e molto più ruffiano del predecessore. Più della metà delle tracce sono potenziali singoli da classifica, con melodie se vogliamo molto “facili” e un uso chitarristico più limato, meno espressivo, ma più funzionale al brano. Non è necessariamente un difetto. Se è vero che questo aspetto, infatti, emergeva qua e là anche in The Messenger (Generate! Generate!, The Crack Up), il primo LP aveva tutt’altra intenzione, che potremmo appunto valutare come intensiva, introiettata piuttosto che estensiva, di pronta disponibilità. Pare quasi che Marr abbia ritrovato la voglia di scrivere belle canzoni pop, con il piglio (chitarristico e non) che da sempre lo caratterizza.
Non si vada in cerca di un nuovo corso, dunque, o di studi particolari sul genere. Playland sembra quasi la raccolta dei brani che, per ragioni di coerenza, non sono riusciti ad entrare in The Messenger. Il lavoro di produzione del nuovo disco è palesemente più curato rispetto a quello che caratterizzava il predecessore, e anche Marr (sembra impossibile a dirsi) pare abbia trovato una nuova maturità nello scrivere canzoni. Prendiamo la scarica adrenalinica dell’opening Back In The Box, con i synth che fanno irruzione come nei migliori brani dark wave spiccatamente 80s e la voce di Marr impostata e seria, che quasi ricorda Andrew Eldritch dei Sisters Of Mercy. O ancora: la potenza del singolo Easy Money, un brano che sembra scritto apposta per riempire i dancefloor (siamo nel 2014, non nel 1985!) delle serate targate brit; i riff di Dynamo, una novella Lost In The Superparket dei Clash, con il ritornello sintonizzato sul canale “melodia disarmante”; Candidate e, soprattutto This Tension (Oh! This Tension: provate a immaginarci la voce dell’Innominato, non sarebbe un brano perfetto per il post-Smiths? Se la risposta è no, bisogna comunque ammettere che non sentiremo niente di più simile agli Smiths di questo); 25 Hours, summa indie rock fra echi Kasabian e richiami The Strokes (già, solo che quella chitarra lì, è Marr che l’ha inventata…); The Trap, in cui torna una delle eredità più pesanti per il Nostro, ovvero quei New Order (sì, ma quelli di Get Ready) che Marr, non contento dei giri di basso e dell’attitudine new wave, sembra voler addirittura imitare nel cantato. Il cantato già, quello che a lungo ha fatto discutere e mai ha pienamente convinto. Qui, come del resto in The Messenger, c’è un Marr in forma, non certo memorabile, ma che reggerebbe il confronto con Weller, Noel Gallagher o Richard Hawley.
Playland, in definitiva, è un disco ancora molto giovane per un signore cinquantenne che, se non vuole saperne di capricci e retoriche socio-politiche moraliste come il suo ex-collega col ciuffo, si dimostra in sintonia tanto con gli stilemi del genere, quanto con la carriera che, ahinoi troppo tardi, si è voluto imporre. Con i suoi alti e bassi (Boys Get Straight e Little King), Playland è un disco prezioso e, soprattutto, divertente.
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