Recensioni

We got guns, you betta run / We’re killin’ strangers /We’re killin’ strangers so we don’t kill the ones that we love
Killing Strangers – Marilyn Manson (da The Pale Emperor, 2015)
Nella seconda metà di John Wick 4, ultimo capitolo (forse) della saga ideata e diretta dallo stuntman Chad Stahelski, John (Keanu Reeves) viene assalito dall’ennesimo squadrone di assassini anonimi dentro un palazzo fatiscente di Parigi; lo spietato Marchese De Gramont (Bill Skarsgård), nuovo emissario della Gran Tavola (il consiglio che regola tutto il mondo criminale), ha promesso una cospicua ricompensa per chiunque riesca ad ucciderlo prima del sorgere del sole.
Ad un certo punto il regista posizione la camera su un crane e da lì inizia uno spettacolare piano sequenza che porta, registicamente parlando, la storia di John Wick alla sua massima astrazione: la visione dall’alto (perpendicolare al pavimento) rivela la natura fittizia del set cinematografico e permette allo spettatore di avere tutta la situazione sott’occhio, come se fosse il gamer che deve muovere il personaggio con il joystick; John diventa così un punto nero che ammazza i nemici guidati dall’ipotetica IA, passando da una stanza all’altra del palazzo.

Fin dal primo capitolo (2014) sappiamo che John è conosciuto nell’ambiente malavitoso con il soprannome di Baba Jaga – Boogeyman in inglese, Uomo nero in italiano – ed è il boss russo interpretato da Michael Nyqvist a ripeterlo in continuazione, consapevole di essersi inimicato la Morte stessa. Nel secondo capitolo (2017) il camorrista col volto di Riccardo Scamarcio lo definisce addirittura Spettro, pensando di poterne sfruttare i “poteri soprannaturali” e guadagnarsi un posto alla Gran Tavola. Nel terzo capitolo (2019) scopriamo che John è un orfano allevato e addestrato dalla mafia bielorussa (la cosiddetta Ruska Roma) e che il suo nome originario, quello scelto dal Direttore (Anjelica Houston), è Jardani.
Sebbene l’atto di scavare nel passato sia un modo per stratificare la natura di un protagonista misterioso, quest’ulteriore elemento biografico non è così esaustivo come può sembrare; è uno dei tanti appellativi con cui il famigerato John Wick si muove nel mondo. Perciò rimane forte la sensazione che possa essere davvero un’entità “astratta” come in un videogioco, un pistolero senza nome (di leoniana memoria) riconoscibile per il completo nero, lo sguardo malinconico e una furia omicida senza eguali.

Uno in mezzo a Tanti, una Maschera che ne nasconde Molte, un Nome che è Leggenda. Rendere John Wick un Simbolo, alla stregua di un alter ego superomistico o di un doppio zero, non ha solo una funzione narrativa e qui sta l’intelligenza di una saga che non aveva l’aspettativa di diventare una perla (e un sintomo) del cinema action contemporaneo. Il Simbolo può contenere universi e tra questi non può che esserci anche il nostro.
Dentro l’abito nero di John c’è infatti Keanu Reeves, la sua storia personale e il suo divismo, e Chad Stahelski lo sa così bene da sfruttare la dualità nel modo migliore possibile, avendo colto la lezione da “Cinema Classico” di Tom Cruise (sia con Ethan Hunt per Mission: Impossibile che con Maverick per Top Gun). Di quest’ultimo vediamo sempre degli stunt al limite dell’assurdo o una corsa a piedi e/o in moto (magari con giubbotto di pelle e occhiali da sole), invece Reeves si porta dietro un immaginario fatto di arti marziali e cultura orientale, abiti neri e azione al cardiopalma, silenzi spezzati da battute iconiche («mi servono più armi») e storici compagni d’avventura (Lawrence Fishburne su tutti).

Point Break (K. Bigelow, 1991), Speed (J. De Bont, 1994), Johnny Mnemonic (R. Longo, 1995), L’avvocato del Diavolo (T. Hackford, 1997), la quadrilogia di Matrix (Wachowski Sis., 1999-2021), Constantine (F. Lawrence, 2005), Ultimatum alla Terra (S. Derrickson, 2008), Man of Tai Chi (K. Reeves, 2013), 47 Ronin (C. Rinsch, 2013)… ognuno di questi film, diversi tra di loro per genere e concetto, convive nella maschera silente di John Wick. Di fatto nella vita di un personaggio, e quindi di un attore, possono coesistere tante realtà, allo stesso modo in cui uno stuntman si fa “doppio invisibile” di tanti personaggi/attori.
Per questo motivo la saga di John Wick è, a tutti gli effetti, un’ode sia a Reeves, che è tornato in auge dopo anni di progetti fallimentari e ruoli minori, sia al lavoro degli stuntmen, essendo Stahelski uno dei più importanti degli ultimi trent’anni (tra quelli sopracitati, ha coordinato gli stunt di Point Break, Matrix, Constantine e Man of Tai Chi); a pensarci, il rapporto tra i due ricorda quello raccontato da Quentin Tarantino in C’era una volta a… Hollywood (2019), film/romanzo in cui lo stuntman Rick Dalton (Brad Pitt) e l’attore Cliff Booth (Leonardo di Caprio) vivono come se fossero la stessa persona.

Comunque l’elogio non si risolve unicamente nella figura multiforme di John Wick ma anche nella regia dei quattro film, con il quarto capitolo che si impone nella saga come il migliore. Simile a quello che è stato fatto per il James Bond di Daniel Craig in No Time to Die (C. Fukunaga, 2021), John Wick 4 porta il suo protagonista alla corsa finale, una corsa disperata contro le ingiustizie dell’esistenza e alla ricerca di una (nuova) libertà.
Mentre la spia che amava voleva chiudere i conti con le pericolose responsabilità da doppio-zero, lasciando il titolo in eredità ad altri – un’altra, per la precisione – per godersi una vita normale, l’assassino che ha amato vorrebbe rompere le catene della Gran Tavola e tornare ad essere un comune cittadino (un uomo in lutto per l’amore perduto, quell’amore che lo rese libero nell’antefatto). Ma a differenza del film di Cary Joji Fukunaga, che ha reso ancor più intricata la parabola di Bond, quello di Chad Stahelski recupera l’essenzialità degli esordi trasformando la vendetta (per un cane ucciso e un’auto rubata) in redenzione.
Certo, ancora una volta abbiamo nuove ambientazioni, nuovi modi di uccidere, nuovi alleati (il proprietario dell’Hotel Continental di Osaka, un meraviglioso Hiroyuki Sanada) e nuovi nemici (Caine, l’assassino cieco dello straordinario Donnie Yen). Ma il film riesce a mantenere una struttura geometrica semplice, lineare, precisa, che non si perde troppo in chiacchiere; a parlare sono i fatti, le azioni e le uccisioni.

Stahelski asciuga fino all’osso la sceneggiatura, mette da parte l’affascinante e consolidata mitologia espansa dei capitoli intermedi, e immagina l’ultimo viaggio di John Wick come un percorso in salita, un’ascesa dantesca dall’Inferno (non a caso il film inizia nel paese del Sol Levante). Con un moto contrario al Joker di Todd Phillips (2019), che scendeva le scale di Gotham danzando e abbracciando la follia, nell’atto finale di John Wick 4 il protagonista deve salire in fretta i cinquecento gradini della scala di Sacre Coeur (Parigi) e uscire, una volta per tutte, dal torbido caos del mondo criminale.
Ovviamente la tradizione impone un ultimo duello all’alba, un singolar tenzone che omaggia l’immaginario di Sergio Leone e, di conseguenza, quello di Quentin Tarantino (forse la saga di John Wick è la cosa più simile che esista al dittico capolavoro di Kill Bill). Ma prima dello scontro finale Stahelski infarcisce le quasi tre ore del film (non poco per il genere action) di una quantità spropositata di scontri, luci al neon, armi, assassini, organizzazioni, scenografie da urlo, sangue, morti, musica elettronica e coreografie impressionanti.

Davanti agli occhi dello spettatore va in scena l’Arte degli stuntmen (e del combattimento scenico) alla sua massima potenza, rendendo John Wick 4 un’opera capace di impostare un modus operandi che farà sì scuola, ma che sarà anche molto difficile da ricreare (come ogni grande film che si rispetti). E il merito non può che andare alla regia rivoluzionaria di Chad Stahelski, consapevole di cosa e come dovrebbe essere oggi l’intrattenimento mainstream (ovvero una sintesi perfetta di suggestioni, media, filosofie), e alla recitazione di Keanu Reeves, che ha messo il proprio corpo al completo servizio di un’idea, di un simbolo, di un’arte, del Cinema.
They closed our path through deserted streets / Downtown ghosts shuffling in their feet / I will never stop fighting for you / Never stop fighting / Bullet holes / All you leave behind
Bullet Holes – Bush (da The Kingdom, 2020)
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