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Se nell’universo di 007 era il domani a non morire mai, Mission: Impossible è il franchise che (non) fa altrettanto. Almeno fino a quando Tom Cruise continuerà a ringiovanire di anno in anno, in seguito a una sorta di patto col diavolo che l’attore ormai 55enne sembra aver stipulato da tempo. Dopo l’intuizione geniale di Brian De Palma, con il suo quadratissimo omaggio alla Guerra Fredda, dopo l’iper-dinamismo da videoclip impazzito di John Woo, il divertimento intelligente di J.J. Abrams e l’omaggio passatista di Brad Bird, era stato designato Christopher Mcquarrie per dare un seguito di livello alle avventure di Ethan Hunt. Agente segreto del fantomatico IMF, ormai tendente al superomismo, Hunt ha goduto di una seconda giovinezza nel precedente capitolo – Rogue Nation – in cui la trama basilarmente assurda assumeva connotati gustosamente hitchcockiani (si pensi alla scena all’opera), mentre alzava ancora una volta il livello delle scene puramente action. Visto il successo e l’entusiasmo del pubblico per la piega presa dalla storia, la produzione (tra cui lo stesso Abrams) ha quindi deciso di riconfermare tutta la squadra, regista e cast, per dare vita per la prima volta a un seguito diretto di un’avventura di Ethan Hunt (un taboo abbattuto perfino dalla serie antologica per eccellenza – e riferimento principale acclarato – quella di James Bond).

McQuarrie con Mission: Impossible – Fallout confeziona un film d’intrattenimento puro per cui oltreoceano non si sono preoccupati di scomodare paragoni con uno degli action più riusciti degli ultimi quindici anni almeno, ovvero Mad Max: Fury Road; se gli americani sono però facili a questi confronti azzardati, non lo è di certo la stampa europea (la quale si è in egual misura spinta in elogi sensazionalistici), entro il cui pensiero ci inseriamo anche noi. Il sesto capitolo del franchise è probabilmente il migliore per confezione, regia e sviluppo narrativo dai tempi del capostipite depalmiano, mentre se si vanno ad analizzare le singole scene action incasellate perfettamente in un mosaico variopinto, suggestivo e calibrato, queste risultano in scioltezza le migliori mai realizzate finora. Un entusiasmo intercettato anche dal pubblico, che ha fatto schizzare il film in termini di incassi (il miglior esordio americano del franchise ad oggi) e ha reso giustizia alla figura, spesso tacciata d’essere monocorde, di Tom Cruise, il vero cuore pulsante di tutta l’operazione (nonché produttore esecutivo della saga fin dai suoi inizi). Come già appariva chiaro fin dal terzo capitolo, il primo dell’era Abrams, il suo Ethan Hunt è stato dotato di una struttura psicologica che lo rendeva profondamente umano – le vicende relative al suo matrimonio vengono qui riprese intelligentemente – in modo da ottenere la massima empatia verso il pubblico (aspetto che latitava nei primi due film).

In Fallout ritroviamo così tutte le dinamiche che avevano fatto il successo del suo predecessore: il rapporto conflittuale/amoroso con la Ilsa Faust di Rebecca Ferguson (che si riconferma Mission Girl sensazionale), il villain di Sean Harris e le sue motivazioni ambigue e a tratti condivisibili. Inoltre, una trama ancora più organica che in precedenza, che gode della sua tracotanza drammaturgica e utilizza al meglio l’ironia, anche per bilanciare la propensione verso la sospensione dell’incredulità, veramente necessaria e ben accolta in questo genere. In una prova in cui non sfigura nemmeno il monolitico August Walker di Henry Cavill, ci si chiede che fine farà il franchise dopo l’addio inevitabile di Cruise. Fortunatamente, questa è una domanda che ci porremo molto più avanti, perché il diretto interessato non sembra minimamente intenzionato ad abbandonare la sua creatura, ed è anzi pronto per la sua settima missione impossibile. Magari proprio nello spazio (riprendendo una recente dichiarazione).

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