Recensioni

Portiamo le lancette indietro di 16 anni esatti. È l’ottobre del 2005 e Daniel Craig viene annunciato al mondo intero come nuovo interprete di James Bond al cinema, dopo i quattro film di Pierce Brosnan, battendo così un’agguerrita concorrenza che lo ha visto prevalere su due nomi come Colin Farrell e Clive Owen. Ha 37 anni e i produttori storici della saga, Michael G. Wilson e Barbara Broccoli, hanno puntato tutto su di lui dopo averne apprezzato le capacità in The Pusher (in originale Layer Cake, di Matthew Vaughn). Lineamenti ruvidi, ironia sferzante e non propriamente elegante, Craig non fu accolto in maniera entusiastica dal pubblico e dai fan della saga: troppo brutto (??), troppo biondo (??) le critiche più frequenti, che non tenevano minimamente conto dei suoi sforzi cinematografici – a parte l’ottimo The Pusher, anche Era mio padre di Sam Mendes (che anni dopo ritroverà proprio nella saga bondiana) e soprattutto Munich di Steven Spielberg. Insomma, fin dalla sua nomina ufficiale, Daniel Craig è stato un punto di rottura nella saga all’epoca cinquantennale.
Dopo gli ultimi stanchi episodi con Brosnan – che chiuse il suo ciclo con quello che probabilmente è il film peggiore della saga, La morte può attendere – serviva una ventata d’aria fresca. Così, via i gadget fantascientifici, via la classe e il savoir-faire che contraddistingueva il personaggio fino ad allora e benvenuta inesperienza. Il nuovo James Bond è appena stato promosso doppio zero e non ha tempo per decidere se bere un Vodka Martini agitato o uno mescolato (risuona ancora l’epica risposta, «Do I look like I give a damn»), così come non ha il tempo di decidere di chi fidarsi. Infatti, cade preda del fascino di Vesper Lindt che puntualmente lo tradisce. Il vecchio James Bond avrebbe dimenticato in fretta, il nuovo James Bond di Daniel Craig si porterà questo fardello fino alla fine, senza mai dimenticare. In fondo parliamo pur sempre del primo grande amore, e quello, si sa, non si scorda mai. Sotto la guida matura e capace di Martin Campbell – che già una volta aveva riplasmato il mondo di Bond con l’ottimo Goldeneye – il James Bond di Daniel Craig è probabilmente quello che più si avvicina alla pagina scritta di Ian Fleming pur mantenendo alcune caratteristiche originali che lo renderanno subito riconoscibile rispetto alle precedenti iterazioni. Le acrobazie, lo scontro corpo a corpo, la sua spietatezza, lo avvicinano al modello di riferimento principale che in quegli anni aveva ricodificato il genere action/spionaggio, ovvero il Jason Bourne di Matt Damon.
Casino Royale è un trionfo: 616 milioni di dollari incassati nel mondo (il più alto di sempre nella saga fino a Skyfall), quasi 200 milioni in più del film precedente e un plauso unanime per Craig che d’ora in avanti entrerà nel cuore degli appassionati della saga, anche se rimarrà sempre uno zoccolo duro di puristi inflessibili – quello sì davvero duro a morire. Ma le innovazioni non finiscono qui, come diventa immediatamente evidente già dal capitolo successivo. Quantum of Solace riprende esattamente da dove finiva Casino Royale, un sequel diretto vero e proprio: è la prima volta nella saga e perfettamente coerente con il recente modello produttivo imperante. Non più avventure slegate ma una continuità su cui lavorare e un personaggio in costante evoluzione. Il film di Marc Foster, però, a causa di enormi problemi in fase di produzione e specialmente di sceneggiatura, rischia quasi di compromettere il fenomeno Craig (il tema dello sfruttamento delle risorse energetiche del pianeta è suggestivo, ma calato purtroppo in un contesto poco chiaro, inoltre poco aiutato da sequenze action stavolta sì poco ispirate). Il processo di decostruzione dell’icona Bond però prosegue e anche qui ci sono degli elementi chiave nel percorso craighiano: non vediamo più l’agente infallibile, ma l’uomo accecato dalla vendetta.
L’ingresso di Sam Mendes è di fondamentale importanza nell’economia del racconto di James Bond uomo e icona. Lo è per motivi completamente antitetici nei due film da lui diretti: Skyfall e Spectre. Il primo è un sofisticato thriller psicologico improntato sul restituire la minaccia terroristica in cui il mondo contemporaneo è sprofondato e insieme imbastire un imponente dramma famigliare ponendo un’attenzione maniacale nella descrizione di un cattivo in tutto simile ma anche profondamente diverso dallo stesso Bond. Risulta così che Skyfall sacrifica Bond per concentrarsi sul Raoul Silva di Javier Bardem – proprio come Christopher Nolan sacrificava il Batman di Christian Bale per focalizzarsi sul Joker di Heath Ledger – e ottenendo come risultato un ritorno alle origini premeditato e decisamente suggestivo: James Bond torna a essere l’Agente 007 che tutti conoscevamo – non a caso dopo essere morto e risorto – l’uomo della Provvidenza che salva tutti dagli impicci. Non prima però di un ultimo commiato con quella figura amata/odiata di M(adre) e un confronto proprio tra le mura di famiglia. Al contrario, in Spectre Mendes concentra tutte le sue attenzioni su Bond, sul quale modella la narrazione e dal cui passato estrapola persino le origini del cattivo per eccellenza dell’intera saga: Franz Oberhauser, ovvero Ernst Stavro Blofeld, giunto alla sua settima iterazione cinematografica. Mendes sembra voler pronunciare ulteriormente un dialogo costante con tutti i film precedenti della saga (lo aveva già fatto con il ritorno della mitica Aston Martin DB5 in Skyfall) e suggerire l’importanza capitale di Craig/Bond al suo interno: non più semplice spettatore degli eventi, ma generatore principale di una narrazione sempre più riconducibile agli schemi da soap opera.
Da qui parte il lavoro di Cary Fukunaga per No Time to Die. Primo regista americano a dirigere un film della saga, Fukunaga prosegue filologicamente il discorso iniziato da Spectre, dove alla nostalgia delle ultime escursioni sostituisce la malinconia. La malinconia (che spesso va a braccetto con il romanticismo) su una vita che poteva essere ma che non è stata: la storia d’amore con la proustiana Madeleine Swann che si consuma e brucia rapidamente come un foglio di carta sotto le stelle e il sole accecante di Matera (bellissime tutte le sequenze ambientate in Italia). Il passato stavolta torna a bussare non solo alla porta del protagonista ma anche a quella della partner, l’idillio brevissimo si conclude ed evapora a un binario ferroviario (con Craig immobile davanti ai finestrini del treno che passa, quasi fosse una pellicola che gira e procede lentamente verso il suo esaurimento). Si muove costantemente nel territorio del sogno e del ricordo Fukunaga, aiutato dalla splendida fotografia di Linus Sandgren: dal magnifico incipit sulle nevi in cui fa la sua comparsa la figura mefistofelica di Lyutsifer Safin, al già citato prologo in Italia; stacco di cinque anni e ripiombiamo nelle location dal sapore esotico che avevano contraddistinto i vecchi film della saga: siamo dunque in Giamaica, dove facciamo la conoscenza del nuovo Agente 007, Nomi, una risposta secca a tutti coloro che chiedevano a gran voce uno 007 donna e anche una chiara dichiarazione d’intenti in un sol colpo: James Bond è uno solo e non cambierà mai né sesso né etnia.
La pentalogia del Bond di Craig ha anche contribuito a svecchiare non poco la concezione di Bond Girl: se escludiamo la parentesi imbarazzante di Gemma Arterton in Quantum of Solace, le figure femminili hanno sempre meritato un posto al fianco del protagonista e costruito con lui un dialogo fatto di empatia e rispetto reciproco: da Eva Green a Olga Kurylenko, da Naomi Harris a Léa Seydoux, quest’ultima protagonista di una vera e propria metamorfosi tra Spectre e No Time to Die; a rimpinguare questo calderone pensano la già citata Nomi di Lashana Lynch e la Paloma di Ana de Armas, protagonista di un’altra grande sequenza della pellicola di Fukunaga, quella ambientata a Cuba.
Ci sarebbe tanto di cui parlare: dal piano criminale del villain di Rami Malek che dialoga in maniera sorprendente (e del tutto non premeditata) con la situazione pandemica attuale (un mondo in cui per un anno e mezzo siamo stati costretti a rimanere separati dai nostri affetti…), alla opening song ispirata di Billie Eilish, la più giovane cantante in assoluto a eseguire l’apertura di un film della saga (un gancio fornito alle nuove generazioni), e come scordarsi il magnifico inseguimento per le stradine di Matera con un James Bond immobilizzato dallo sconforto, seduto immobile e impotente nella sua Aston Martin martoriata dai proiettili, metafora dei profondi traumi subiti fino a quel momento.
La durata considerevole, 163 minuti, che lo rendono il film più lungo della saga, porta No Time To Die ad essere non solo l’ultimo atto di un racconto (trovano conclusione anche le storie di Blofeld e Felix Leiter, che torna dopo due film di assenza), ma la pellicola esplicita e porta a compimento la trasformazione di James Bond da icona a uomo, da sinonimo di eleganza a contenitore di fragilità irrisolte. Il richiamo al passato è forte (il villain ha una storia molto classica e ricorda il primo grande cattivo della saga, il Dr. No di Licenza di uccidere, tant’è che a un certo punto Satin viene persino chiamato “dottore”) ma lo è altrettanto la spinta propulsiva verso un futuro che non si concretizzerà mai (non è questa la sede per gli spoiler).
Eppure non è una sensazione nuova per la saga. L’avevamo solo dimenticata. Accadeva in uno dei film più sottovalutati – e per chi scrive uno dei migliori in assoluto: Al servizio segreto di sua Maestà, unico film con George Lazemby protagonista (viene richiamato anche attraverso il ripescaggio della opening song di Louis Armstrong sul finale). Anche quello fu un film di rottura: metteva fine al periodo Sean Connery e proponeva un James Bond meno ironico del suo predecessore e molto più sbruffone; gli faceva incontrare l’amore per poi strapparglielo di dosso nell’ultima straziante sequenza. Ricorda qualcosa? È questa probabilmente la vera magia di No Time to Die: costruire un gigantesco e straziante addio a Daniel Craig e contemporaneamente dialogare con la saga in maniera diversa da tutti i film precedenti e prendendo a modello il film più outsider di tutti.
Titoli di coda, non c’è tempo per morire, perché James Bond will return…
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