Recensioni

L’ultimo lavoro di John Carpenter è un episodio della serie televisiva “Masters of Horror”, un’antologia dedicata ai grandi maestri dell’orrore contemporaneo (americani e non, tra gli altri è infatti presente il nipponico Takashi Miike), i quali si cimentano in film della durata di un’ora ciascuno, trasmessi dall’emittente via cavo Showtime. Si tratta di prodotti non destinati al grande schermo (sebbene in Italia siano stati proiettati all’interno del Torino Film Festival), dei quali non è prevista un’edizione italiana, ma che presumibilmente vedremo in dvd.

L’episodio curato da Carpenter, Cigarette Burns, può essere definito un manifesto della sua visione del cinema, nonché un tributo alla natura cinefila e da maniaco collezionista che è certamente propria di parte del suo pubblico. Il protagonista, Kirby Sweetman (interpretato da Norman Reedus), è incaricato da un ricco collezionista di rarità cinematografiche del ritrovamento di una copia del leggendario La Fin Absolue Du Monde, una pellicola che è stata proiettata una volta soltanto al festival di Sitges e che in seguito sembra sia andata perduta.

La particolarità di questo film sarebbe l’incredibile realismo delle efferatezze mostrate, tanto da provocare reazioni omicide in chiunque ne sia spettatore. Sweetman scoprirà presto che non si tratta semplicemente di un mito, ma che tutte le persone che hanno assistito, o sono in qualche modo coinvolte, con quel film, subiscono delle mutazioni e sono vittima di visioni da incubo. La tematica di Cigarette Burns sembra riprendere un altro capolavoro di Carpenter, Il seme della follia, che indagava i rapporti morbosi fra un autore e la sua opera, e il velo sottilissimo che separa la realtà dalla finzione. Cigarette Burns,se possibile, va ancora oltre: una volta entrati in contatto con questo universo, quello dell’immaginario, è impossibile non venirne contaminati, tutto ciò che guardiamo ha un effetto sulla nostra psiche e, soprattutto,  oltrepassa le intenzioni dell’autore dell’opera (non a caso la figura del regista del film “perduto”, un certo Backovic, resta sempre nell’ombra). 

Quella di Carpenter è una riflessione sul significato del cinema, in generale e su quello dell’horror in particolare (ci sono anche dei rimandi allo snuff, per quanto non approfonditi), che trasmette molta più inquietudine delle immagini splatteranch’esse presenti e per nulla gratuite. Il ritmo del film è quello di un thriller che procede per gradi, privo di improvvisi stravolgimenti ma che avvince poco a poco, aggiungendo figure devianti quanto illuminanti, ad esempio quella del critico incapace di descrivere a parole la misteriosa pellicola oppure quella dello stesso Sweetman, la cui affannosa ricerca rimanda al senso di disperazione che appartiene al cinefilo che sente di dover meritare la visione di ciò che brama, per poi piombare in un finale da cardiopalma. 

Come liberarsi, dunque, dalle allucinazioni (annunciate nel film dalle bruciature di sigaretta, che sono tipiche, guardacaso, dell’usura della pellicola filmica) e capire di cosa è fatta la sostanza del reale? A chi appartiene lo sguardo che è dentro un film? Tematiche che ritornano nuovamente, nel cinema di Carpenter, il quale non dà risposte univoche, ma rappresenta perfettamente la rilevanza della questione.

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